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Italia

Balotelli gela la sinistra: “Italia agli italiani, Africa agli africani”

Redazione - Il Politico

Una storia su Instagram, tre righe e un punto fermo. L'ex attaccante della Nazionale entra nella crisi di Ceuta con una formula che nessuno può accusare di razzismo: la pronuncia un italiano nero che il razzismo lo ha subito.

Riassunto dell'articolo

Mario Balotelli ha commentato la crisi migratoria di Ceuta con una storia su Instagram: «Italia agli italiani, Europa agli europei, Africa agli africani. PUNTO». Il messaggio, pubblicato dopo l'ingresso di circa 60mila migranti dal Marocco nell'exclave spagnola e la sospensione di Schengen tra Italia e Spagna, pesa per l'identità del suo autore: italiano nato a Palermo da genitori ghanesi, adottato a Brescia, storicamente vittima di razzismo negli stadi. La formula, pronunciata da lui, si sottrae all'accusa di razzismo e si presenta come principio di autodeterminazione dei popoli, con un argomento anticoloniale: l'Africa, continente ricco di risorse, deve appartenere agli africani e non essere svuotata dei suoi giovani.

Una storia su Instagram, sfondo nero, tre righe in bianco. La presa di posizione di Balotelli su Ceuta è arrivata così, senza giri di parole: «CEUTA? Di sangue o su carta: Italia agli italiani, Europa agli europei, Africa agli africani. PUNTO». Nessun commento, nessuna spiegazione. Solo un principio, scandito come una sentenza.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa ha scritto Balotelli su Ceuta

Il contesto è la più grande crisi migratoria mai registrata su suolo europeo. In ventiquattro ore circa sessantamila persone sono entrate dal Marocco nell’exclave spagnola, fino a costringere l’Italia a reintrodurre i controlli di frontiera con la Spagna. Una crisi apertasi e chiusasi a comando, come abbiamo ricostruito analizzando il ruolo del Marocco e le regie dietro l’assalto.
Mentre la politica misurava le parole, l’ex attaccante della Nazionale ha scelto le sue. Poche, definitive. E il messaggio ha fatto il giro della rete in poche ore.

Il messaggero che nessuno può accusare

Qui sta il punto che brucia. Mario Balotelli è nato a Palermo da genitori ghanesi, è cresciuto a Brescia con la famiglia che lo ha adottato, ha trascinato l’Italia in finale a Euro 2012. Ha subito cori razzisti negli stadi di mezza Europa e ha sempre risposto allo stesso modo: sono italiano, mi sento italiano.
Chi vorrebbe liquidare la sua frase come razzismo si trova davanti un uomo che il razzismo lo ha vissuto sulla pelle. E la formula, pronunciata da lui, smette di essere un’arma da agitare nei talk televisivi e torna a essere ciò che è sempre stata: un principio di autodeterminazione. Ogni popolo ha diritto alla propria terra, alla propria storia, al proprio destino.

Africa agli africani: l’argomento anticoloniale

Non è un’uscita estemporanea. Balotelli lo aveva già detto: “Italia agli italiani” sarebbe una formula giusta, a patto che anche l’Africa fosse davvero degli africani. Il continente più ricco del pianeta per risorse, svuotato da chi quelle risorse le saccheggia da due secoli. L’emigrazione di massa non come destino naturale, ma come sintomo di quel saccheggio.
È un ragionamento che rovescia la retorica dell’accoglienza: chi vuole davvero bene all’Africa non la vuole svuotata dei suoi giovani, la vuole padrona di sé. La sovranità come principio universale, valido a Roma come ad Accra. È lo stesso impianto che sta alla base della riflessione sulla remigrazione e sul diritto dei popoli a preservare la propria identità: nessun odio, ma il riconoscimento che ogni civiltà fiorisce sulla propria terra.

Il simbolo che cambia campo

Per anni Balotelli è stato issato a icona dell’antirazzismo militante, volto perfetto di un’Italia “nuova” da contrapporre a quella legata alla propria identità. Oggi quello stesso volto scrive parole che nessun dirigente di partito progressista oserebbe pronunciare. E infatti la reazione prevalente è il silenzio, o il tentativo imbarazzato di ridimensionare.
Il punto non è arruolare Balotelli, che resta un uomo libero e imprevedibile. Il punto è che la difesa dei confini e delle identità non è più il recinto di una parte politica: è diventata senso comune, trasversale, capace di parlare con la voce di un italiano nero cresciuto a Brescia. Quando accade questo, l’accusa di razzismo si sbriciola.
PUNTO, come scrive lui.

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