62 Visualizzazioni
Europa

Berlino, islamista attacca il Pride: il cortocircuito della sinistra filo-Islam

Federica Leonardi

Abdul Ballout, simpatizzante dell'Isis già noto alle autorità tedesche, ha ucciso una donna e ferito 29 persone al Christopher Street Day. E il mondo progressista si scopre alleato di chi ne rinnega ogni suo valore.

Riassunto dell'articolo

L'attentato al Pride di Berlino del 25 luglio 2026, compiuto dal ventunenne islamista Abdul Ballout, riapre la contraddizione della sinistra europea: solidarietà politica verso il mondo islamico e silenzio sulla persecuzione degli omosessuali nei regimi che a quell'ideologia si ispirano. L'analisi ricostruisce il profilo dell'attentatore, le reazioni politiche e il cortocircuito dei Pride che escludono Israele mentre sfilano con le bandiere palestinesi.

L’attentato al Pride di Berlino non è soltanto un fatto di sangue: è uno specchio. Sabato sera, mentre il Christopher Street Day chiudeva la sua festa al Tiergarten, un furgone è piombato sulla folla. Una donna è morta, ventinove persone sono rimaste ferite. L’attentatore, dopo lo schianto, ha continuato a colpire con un machete. La Germania ha impiegato meno di ventiquattro ore per ammettere ciò che tutti avevano capito: si è trattato di terrorismo islamista.
Ma il punto di questo articolo non è la cronaca. È la domanda che la cronaca impone e che il mondo progressista europeo continua a rimuovere: come si concilia la difesa a oltranza dell’Islam politico con la sorte che gli omosessuali subiscono ovunque quell’ideologia governi?

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Un attentatore che la Germania conosceva bene

Abdul Ballout, ventuno anni, cittadino tedesco di origini libanesi, non era un fantasma. Era segnalato dalle autorità di sicurezza fin dai sedici anni, con precedenti per lesioni gravi ed estorsione. Nel 2025 aveva tentato di raggiungere l’Isis in Siria: arrestato in Libano, era stato rimpatriato in Germania, processato e inserito in un programma di de-radicalizzazione.
Quel programma è finito sabato sera al Tiergarten. La polizia lo ha ucciso il giorno dopo, a Spandau, al termine di una caccia all’uomo durata quasi venti ore, mentre correva verso gli agenti con un’arma da taglio. Un cittadino iraniano è stato fermato con l’accusa di aver avuto un ruolo nell’attacco.
Lo Stato tedesco sapeva tutto. Ha sorvegliato, rimpatriato, rieducato. E non ha protetto nessuno. Non è un incidente: è il fallimento di un intero modello di gestione della radicalizzazione, costruito sulla premessa che il problema non vada mai nominato.

La rimozione: chi non vuole nominare la matrice

Le reazioni politiche hanno disegnato la solita geografia. Il ministro dell’Interno tedesco Dobrindt ha parlato senza giri di parole di attentato terroristico islamista. Il cancelliere Merz ha preferito il registro della società aperta che non si lascia dividere. In Italia, Salvini ha indicato nel fanatismo islamico il problema dell’Europa, mentre a sinistra si è tornati al lessico anestetico dell’odio generico, quello che non ha mai un aggettivo, una matrice, una provenienza.
Eppure una voce fuori dal coro conservatore è arrivata, ed è pesantissima. La Comunità ebraica di Milano ha chiesto conto direttamente a Elly Schlein e alla sinistra italiana di una narrazione che boicotta Israele, dove le persone omosessuali sono tutelate, mentre minimizza le posizioni di regimi e movimenti islamisti apertamente ostili a quelle stesse persone. Parole simili a quelle del liberale tedesco Wolfgang Kubicki, che ha definito quella progressista una «tolleranza fraintesa».
Quando la comunità ebraica e i liberali tedeschi dicono la stessa cosa della destra italiana, forse il problema non è la destra italiana.
E poi c’è il video che sta facendo il giro dei social. Alla veglia di domenica alla Porta di Brandeburgo, tra i cori antifascisti, una militante ha dichiarato al microfono di aver sperato che alla guida del furgone ci fosse «una persona cristiana e bianca» — usando peraltro, per l’alternativa, un termine spregiativo tedesco riferito agli immigrati. Il filmato, rilanciato da account internazionali e da testate conservatrici tedesche, non risulta smentito. Se confermato, è la fotografia perfetta della patologia: davanti a una donna uccisa da un simpatizzante dell’Isis, la prima preoccupazione non è la vittima. È la tenuta della narrazione.

Che fine fanno gli omosessuali nei regimi islamici

Qui sta il nodo che nessuna retorica arcobaleno può sciogliere. In Iran, Arabia Saudita, Yemen, Mauritania e nell’Afghanistan dei talebani l’omosessualità è punibile con la morte. In decine di altre Nazioni a maggioranza islamica comporta carcere, fustigazione, persecuzione di Stato. A Teheran gli omosessuali finiscono sul patibolo; a Kabul vengono cacciati casa per casa; a Gaza il regime di Hamas li tortura o li costringe alla fuga — spesso, paradosso nel paradosso, verso Israele.
Non servono simpatie per l’ideologia dei Pride per constatare un fatto elementare: le libertà che quei cortei celebrano esistono soltanto dentro la civiltà europea e occidentale. Fuori da essa, semplicemente, non esistono. E chi le rivendica altrove paga con la vita.

Il cortocircuito dei Pride: Israele fuori, la mezzaluna dentro

La contraddizione è diventata plastica negli ultimi anni. Nei cortei arcobaleno europei e italiani le realtà ebraiche e filo-israeliane sono state escluse o contestate, mentre le bandiere palestinesi sfilavano in testa. Si è marciato per una causa i cui regimi di riferimento considerano gli omosessuali criminali da eliminare, e contro l’unica democrazia mediorientale che li tutela.
Il fenomeno ha persino un nome, coniato con involontaria ironia oltreoceano: gruppi che manifestano per governi e movimenti che li vorrebbero morti. È il punto terminale di una cultura politica che ha sostituito la difesa dei valori con l’odio verso la propria civiltà. Pur di colpire l’Occidente, la sinistra abbraccia chi ne vuole la distruzione — e scopre solo davanti a un furgone lanciato sulla folla che quei mondi sono antitetici.

La lezione di Berlino che l’Europa non vuole imparare

L’attentato al Pride di Berlino arriva a due mesi dal voto in Sassonia-Anhalt e riporta al centro il tema che le classi dirigenti continentali rimuovono da trent’anni: l’islamismo non è una patologia marginale dell’immigrazione, è un progetto politico incompatibile con la civiltà europea. Lo è per le donne, per gli ebrei, per i cristiani, per gli omosessuali, per chiunque viva secondo categorie che quell’ideologia condanna.
La sinistra dovrà scegliere: o i valori che dice di difendere, o l’alleanza politica con chi li nega alla radice. Tenere insieme le due cose non è più possibile. Berlino lo ha dimostrato nel modo più tragico. E ogni giorno di silenzio, da qui in avanti, sarà una scelta.

Fonti

Tag: , , , ,
Scritto da
Federica Leonardi
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale