Gli attacchi USA Iran delle ultime quarantotto ore segnano la fase militarmente più intensa dell’Operazione Epic Fury dalla primavera. Tra la sera del 9 giugno e la notte dell’11, Washington ha condotto due ondate di raid sulla costa meridionale iraniana e Teheran ha risposto colpendo basi americane in tre Nazioni della regione. Il bilancio in vite umane, per ora, è prossimo allo zero. Ed è proprio questo il dato che merita un’analisi militare, non emotiva.
Questa non è una guerra fuori controllo. È una guerra controllata con precisione chirurgica da entrambe le parti. E la scelta dei bersagli racconta più di mille dichiarazioni.
Perché gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran: l’elicottero Apache abbattuto su Hormuz
Tutto comincia nel tardo pomeriggio dell’8 giugno. Un elicottero d’attacco AH-64 Apache dell’esercito americano precipita nello Stretto di Hormuz durante una missione di pattugliamento. I due piloti riescono ad ammarare e vengono recuperati da un drone navale Sea Hunter, illesi.
Il velivolo, secondo le ricostruzioni americane, si era spinto vicino alle isole dello Stretto controllate da Teheran. A colpirlo sarebbe stato un drone Shahed: un’arma lenta, che vola a bassa quota, difficile da intercettare proprio per la sua semplicità. L’indagine del Centcom non ha stabilito se l’azione sia stata intenzionale. Donald Trump ha attribuito comunque la responsabilità all’Iran e annunciato una risposta «molto ferma, molto potente».
Il dato militare è un altro. Dall’inizio del conflitto la difesa iraniana ha distrutto una trentina di droni Reaper e costretto all’eiezione l’equipaggio di un F-15E in aprile. Ma mai era stato abbattuto un Apache, il cavallo da lavoro dell’aviazione dell’esercito americano nel teatro. La rete difensiva iraniana attorno a Hormuz, dopo mesi di bombardamenti, morde ancora.
Quali obiettivi hanno colpito gli attacchi USA in Iran
La rappresaglia americana parte alle 23 italiane del 9 giugno e dura circa quattro ore. Due o tre ondate, una ventina di obiettivi, cinque località lungo la costa meridionale: le basi navali di Sirik e Jask, i sistemi di difesa aerea di Bandar Abbas, le batterie missilistiche sull’isola di Qeshm, più installazioni a Kohestak e nell’area di Jam.
Il Centcom precisa la natura dei bersagli: sistemi di difesa aerea, stazioni di controllo a terra, siti radar di sorveglianza. Munizioni di precisione lanciate da caccia dell’aeronautica e della marina. Nessun obiettivo a Teheran, nessun sito nucleare, nessuna infrastruttura energetica.
Questa lista non descrive una punizione. Descrive una preparazione. Nel lessico militare si chiama SEAD, soppressione delle difese aeree nemiche: si accecano i radar, si distruggono i lanciatori, si interrompono le catene di comando. È ciò che si fa prima di una campagna aerea su larga scala, oppure ciò che si fa per garantirsi una libertà d’azione permanente sopra lo Stretto. In entrambi i casi, ogni ciclo di rappresaglia lascia la costa iraniana un po’ più cieca e un po’ più sorda.
L’Iran attacca le basi americane: la risposta dei Pasdaran
La controrappresaglia iraniana arriva mentre i raid americani sono ancora in corso. I Pasdaran lanciano missili balistici e droni contro la Quinta Flotta in Bahrein, contro siti in Kuwait e contro la base di al-Azraq in Giordania. La rivendicazione parla di ventuno obiettivi colpiti nelle basi aeree e navali americane e di un drone MQ-9 abbattuto sopra la contea di Jam.
Teheran sostiene di aver distrutto hangar di caccia F-35 e un centro di comando ad Azraq. Amman replica di aver intercettato cinque missili, senza vittime né danni. Washington parla di sei missili balistici intercettati e di uno finito fuori bersaglio. Nessuna vittima tra il personale americano.
Anche qui, la grammatica è leggibile. L’Iran colpisce basi militari, non città. Lancia salve contenute, in parte telegrafate, che le difese aeree alleate possono gestire. Massimizza il volume della rivendicazione e minimizza il danno reale. Alle 4 del mattino italiane i Pasdaran dichiarano conclusa l’operazione di rappresaglia. È la conservazione della deterrenza senza il sangue americano che renderebbe inevitabile l’escalation totale.
La seconda ondata: la guerra USA Iran non si è fermata
La notte successiva il copione riparte. Alle 23:15 italiane del 10 giugno il Centcom annuncia «ulteriori attacchi di autodifesa contro molteplici obiettivi in Iran». Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth parla di bombe a raffica sulle infrastrutture militari. L’agenzia iraniana Mehr riferisce di scontri navali in corso tra le due flotte, esplosioni vengono udite sull’isola di Kish.
I bersagli, secondo fonti americane, sono ancora una volta nel sud: sistemi di difesa aerea, radar, unità di comando e controllo dei droni. I Pasdaran rivendicano un nuovo attacco contro la base di Azraq in Giordania. La sequenza della notte precedente si ripete, quasi identica, come una funzione matematica.
Sullo sfondo, il teatro si allarga ai mandatari: gli Houthi yemeniti lanciano due missili balistici contro Israele per la prima volta da aprile, più un drone su Eilat. Segnale che l’asse iraniano conserva profondità strategica anche fuori dal Golfo.
Il bilancio militare: chi sta logorando chi
Messi in fila, i dati bellici raccontano un duello asimmetrico tra due logiche di guerra.
Washington combatte una campagna di attrito tecnologico. Colpisce sensori, radar, nodi di comando con munizioni di precisione e perde, in cambio, piattaforme costose: trenta Reaper, un F-15E danneggiato, ora un Apache da venti milioni di dollari. Il blocco navale di Hormuz, attivo dal 13 aprile, resta lo strumento di pressione permanente che ogni ciclo di raid serve a proteggere.
Teheran combatte una guerra di economia inversa. Usa droni Shahed da poche decine di migliaia di dollari per insidiare velivoli che ne valgono milioni, e spende missili balistici in salve dimostrative che mantengono viva la minaccia su ogni base americana del Golfo. La sua rete difensiva si degrada raid dopo raid, ma l’abbattimento dell’Apache dimostra che la degradazione non è ancora collasso.
Il punto di equilibrio è fragile per definizione. Funziona finché entrambi i contendenti accettano la regola non scritta: colpire ferro, non carne. L’elicottero abbattuto con i piloti illesi e i missili intercettati senza vittime appartengono alla stessa coreografia. Ma la coreografia presuppone che nessun missile sfugga, che nessun pilota muoia, che nessun comandante locale ecceda il mandato. Ogni notte di attacchi USA Iran è una nuova estrazione alla roulette: finora la pallina è sempre caduta sul numero giusto, e nessuna legge della balistica garantisce che continui a farlo.
Fonti
ANSA – Usa, conclusi gli attacchi contro l’Iran nei pressi di Hormuz
Adnkronos – Usa attaccano Iran, l’ordine di Trump: risposta dopo l’elicottero abbattuto
AGI – Notte di raid dopo l’abbattimento di un elicottero Apache
Euronews – Iran attacca basi Usa in Bahrain, Kuwait e Giordania
Il Messaggero – Guerra Iran, Usa: iniziati attacchi contro diversi target in Iran
Quotidiano Nazionale – “Apache down”, elicottero Usa abbattuto dall’Iran sullo Stretto di Hormuz

