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Europa

Hormuz, il grande rifiuto: l’Europa boccia Aspides allargata e Trump avverte la NATO

Redazione - Il Politico

Il Consiglio Esteri UE del 16 marzo ha chiuso unanimemente alla proposta di Kaja Kallas di estendere la missione navale Aspides allo Stretto di Hormuz. Germania, Italia, Spagna, Grecia: nessuno vuole mandare navi in zona di guerra. Trump ha reagito minacciando la NATO. Ma il rifiuto europeo non è sovranità ritrovata — è paralisi travestita da prudenza.

Riassunto dell'articolo

Il Consiglio Esteri UE del 16 marzo 2026 ha bocciato all'unanimità la proposta dell'Alta rappresentante Kallas di estendere la missione navale Aspides allo Stretto di Hormuz. Germania, Italia, Spagna, Grecia e la quasi totalità degli Stati membri hanno rifiutato di inviare navi in zona di guerra, mentre Trump ha minacciato conseguenze per la NATO e riqualificato la propria richiesta come un test di lealtà. Il risultato è un'Europa che dice no a Washington per la prima volta in modo compatto, ma senza disporre di alcuna strategia alternativa per riaprire lo Stretto che strangola la sua stessa economia.

C’è una frase che riassume meglio di qualsiasi analisi il lunedì 16 marzo 2026 a Bruxelles. L’ha pronunciata il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz, Stefan Kornelius, con una secchezza che a Berlino non si sentiva da anni: gli Stati Uniti e Israele non ci hanno consultato prima della guerra e Washington ha dichiarato esplicitamente, all’inizio del conflitto, che l’assistenza europea non era né necessaria né desiderata.
Adesso, tre settimane dopo, lo è. Donald Trump chiede navi, minaccia la NATO, evoca ritorsioni. E l’Europa risponde con un “no” compatto che ha il sapore di una svolta — se solo fosse accompagnato da qualcosa di diverso dal vuoto.
Il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea si è riunito lunedì a Bruxelles con un punto dominante all’ordine del giorno: la possibilità di estendere il mandato dell’Operazione Aspides — la missione navale difensiva a guida italiana operativa nel Mar Rosso dal febbraio 2024 — fino allo Stretto di Hormuz, oggi di fatto bloccato dalla ritorsione iraniana. La proposta era dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, che l’aveva definita la via “più rapida” per garantire la libertà di navigazione nella strozzatura da cui transita un quinto del petrolio mondiale. La risposta degli Stati membri è stata univoca: nessun appetito.

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Il muro europeo: chi ha detto no e perché

La lista dei rifiuti è lunga quanto il tavolo del Consiglio. La Germania ha guidato l’opposizione con la maggiore nettezza. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha dichiarato di non vedere alcuna necessità immediata per un’operazione nel Golfo e ha chiesto agli Stati Uniti e a Israele di chiarire i propri obiettivi militari prima di pretendere qualsiasi coinvolgimento europeo. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha sintetizzato la posizione con una formula destinata a restare: non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi, vogliamo soluzioni diplomatiche e una fine rapida.
L’Italia, che della missione Aspides detiene il comando tattico dal 14 marzo attraverso il contrammiraglio Milos Argenton, ha chiuso con altrettanta chiarezza. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che Aspides va rafforzata nel suo perimetro originario — Mar Rosso e Suez — ma che estenderla a Hormuz sarebbe operativamente e giuridicamente complesso, trattandosi di una missione difensiva con un mandato specifico. Giorgia Meloni, intervenendo in televisione, ha scandito che inviare navi militari nello Stretto significherebbe fare un passo in avanti verso il coinvolgimento nel conflitto. E Matteo Salvini ha eliminato ogni margine di ambiguità: se mandi una nave militare in uno scenario di guerra, entri in guerra.
La Spagna ha rifiutato attraverso il ministro degli Esteri José Manuel Albares, dichiarando che il mandato attuale di Aspides è quello corretto e non richiede modifiche. La Grecia, che ospita il quartier generale della missione a Larissa, ha escluso ogni partecipazione a operazioni militari nello Stretto. Il lussemburghese Xavier Bettel ha respinto quella che ha definito una forma di ricatto da parte americana, affermando che l’UE non è direttamente parte della situazione e che decidere di entrarvi è una scelta che richiede ponderazione. Persino i Paesi baltici — Lituania ed Estonia — tradizionalmente i più atlantisti del blocco, hanno chiesto maggiore chiarezza sugli obiettivi strategici americani prima di considerare qualsiasi impegno.
L’unica voce dissonante, ma solo nel tono, è stata quella della Danimarca: il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha invitato l’Europa a mantenere una mente aperta sulla libertà di navigazione, pur prendendo le distanze dalla guerra. Una posizione che ha il pregio della coerenza diplomatica e il limite dell’irrilevanza operativa.

Kallas isolata: la proposta che nessuno voleva ascoltare

Kaja Kallas è arrivata al Consiglio con un’agenda precisa. L’Alta rappresentante aveva lavorato nel fine settimana per costruire il caso: lo Stretto di Hormuz chiuso avvantaggia la Russia, i cui ricavi energetici finanziano la guerra in Ucraina; l’Europa ha un interesse diretto a riaprire il passaggio; la missione Aspides, già operativa nell’area allargata, è lo strumento più veloce per proiettare una presenza europea nel Golfo senza costruire una nuova architettura da zero. Aveva persino contattato il segretario generale dell’ONU António Guterres per esplorare un’iniziativa simile al corridoio del grano nel Mar Nero — un modello che aveva funzionato nel 2022 per l’export ucraino durante il conflitto con la Russia.
Ma al tavolo ha trovato un muro. La stessa Kallas, al termine della riunione, ha dovuto ammettere davanti ai giornalisti che non c’è alcun appetito tra gli Stati membri per estendere la missione. Nessuno vuole entrare attivamente in questa guerra, ha riconosciuto — una frase che suona come un epitaffio per la politica estera europea comune prima ancora che come una dichiarazione di cautela.
La verità è che Kallas ha proposto l’unica cosa che l’Europa potrebbe fare con gli strumenti esistenti — e gli Stati membri l’hanno respinta non perché avessero un’alternativa migliore, ma perché non vogliono fare nulla che comporti un rischio reale. La distanza tra il riconoscimento unanime che Hormuz è un problema europeo e il rifiuto unanime di affrontarlo con mezzi europei è il riassunto perfetto di ciò che l’Unione Europea è diventata in materia di sicurezza: un organismo che diagnostica con precisione le proprie malattie e poi rifiuta ogni terapia.

Trump, il ricatto e il test di lealtà

Dall’altro lato dell’Atlantico, Donald Trump ha trasformato la questione Hormuz in un banco di prova per le alleanze americane — con la sottigliezza diplomatica che gli è propria.
La sequenza è iniziata sabato 15 marzo, con un post su Truth Social in cui il presidente ha dichiarato che molte Nazioni avrebbero inviato navi da guerra per mantenere aperto lo Stretto. Nessuna Nazione aveva confermato nulla. Il giorno successivo, a bordo dell’Air Force One, Trump ha alzato il tiro: ha nominato pubblicamente Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito come Nazioni che dovrebbero contribuire, ha rivelato di stare trattando con “circa sette” governi senza identificarli, e ha lanciato la frase che ha fatto il giro delle cancellerie: “Che riceviamo supporto o meno, posso dire questo: ce lo ricorderemo.”
In un’intervista al Financial Times, Trump ha esplicitamente collegato la questione al futuro della NATO, avvertendo che un rifiuto degli alleati di pattugliare lo Stretto avrebbe conseguenze molto negative per l’Alleanza. E lunedì, alla Casa Bianca, ha completato il ribaltamento retorico: la richiesta di aiuto non era una necessità strategica, ma un test di lealtà. “Non abbiamo bisogno di nessuno,” ha detto, “lo faccio quasi più per vedere come reagiscono.”
La reazione globale è stata un catalogo di rifiuti educati. Il Regno Unito si è defilato attraverso Keir Starmer, che ha precisato che Londra non sarà trascinata nella guerra allargata e che qualsiasi operazione a Hormuz non sarà una missione NATO. Il Giappone ha invocato vincoli costituzionali. L’Australia ha dichiarato di non essere stata nemmeno contattata. La Cina ha chiesto genericamente la de-escalation senza impegnarsi in nulla. La Corea del Sud ha chiesto tempo. La Francia di Macron ha mantenuto un’ambiguità calcolata, parlando di possibile scorta internazionale alle navi “quando le circostanze lo permetteranno” — una formula che non impegna nessuno.

Aspides: anatomia di una missione che non può diventare ciò che non è

Per comprendere perché l’estensione di Aspides a Hormuz non è solo politicamente impraticabile ma anche strutturalmente problematica, bisogna guardare a cosa la missione è e cosa non è.
EUNAVFOR Aspides è stata istituita dal Consiglio dell’Unione Europea il 19 febbraio 2024 come operazione difensiva in risposta agli attacchi degli Houthi yemeniti contro le navi mercantili nel Mar Rosso. Il suo mandato prevede la scorta di navi commerciali, l’intercettazione e la neutralizzazione di droni e missili, ma non contrattacchi in territorio nemico. Il quartier generale è a Larissa, in Grecia. Il comando operativo e tattico è italiano. Il budget per il periodo 2026-2027 è di 15 milioni di euro. Dall’avvio ha protetto oltre 470 navi, abbattuto una ventina di droni, distrutto due imbarcazioni telecomandate e intercettato quattro missili balistici.
Trasferire questa architettura nello Stretto di Hormuz significherebbe cambiarne la natura. Nel Mar Rosso, Aspides opera contro un attore non statale — gli Houthi — con capacità limitate e prevedibili. A Hormuz, l’avversario è l’Iran: uno Stato sovrano in guerra aperta con gli Stati Uniti e Israele, dotato di mine navali, droni kamikaze, missili antinave e una dottrina di guerra asimmetrica costruita in decenni. Le regole d’ingaggio difensive che funzionano contro un lancio di droni nel Bab el-Mandeb diventano inadeguate in uno scenario dove la minaccia è sistemica, statale e deliberatamente ostile a qualsiasi presenza militare occidentale.
Come ha sintetizzato Tajani, cambiare la missione richiederebbe di stravolgerla. E stravolgere Aspides senza una decisione politica unanime degli Stati membri, un nuovo mandato giuridico, nuove regole d’ingaggio e un rafforzamento drastico degli asset navali disponibili è un esercizio accademico, non un piano operativo.

Il paradosso italiano: guidiamo Aspides, rifiutiamo Hormuz

La posizione dell’Italia merita un’analisi separata, perché concentra tutte le contraddizioni europee in un unico caso nazionale.
Roma guida operativamente la missione Aspides. La fregata italiana è la nave ammiraglia. Il contrammiraglio Argenton ne ha assunto il comando tattico il 14 marzo — due giorni prima del Consiglio che ne ha bocciato l’estensione. L’Italia è simultaneamente il Paese che più contribuisce alla proiezione navale europea nel teatro mediorientale e quello che più fermamente rifiuta di usare quella proiezione dove servirebbe.
La coerenza della posizione italiana sta nel distinguere tra missione difensiva esistente e coinvolgimento in un conflitto non richiesto. La contraddizione sta nel fatto che lo Stretto di Hormuz chiuso strangola l’economia italiana più di quella di qualsiasi altro grande Paese europeo — come questo giornale ha analizzato fin dai primi giorni del conflitto. Il petrolio che non transita da Hormuz fa salire il Brent sopra i 100 dollari al barile. Le esportazioni dal Golfo sono crollate del 61% nella settimana al 15 marzo rispetto a febbraio. Il gas europeo ha già superato livelli che non si vedevano dall’estate 2022.
L’Italia dice no alle navi a Hormuz, ma non ha un’alternativa per riaprire Hormuz. Meloni lavora con i partner europei — il formato E4 con Francia, Germania e Regno Unito — ma il risultato di quel lavoro, finora, è una dichiarazione di “profonda preoccupazione” per l’escalation in Libano e nessun piano concreto per lo Stretto. La diplomazia che Tajani invoca come alternativa alla forza militare non ha ancora prodotto un singolo risultato tangibile sul transito delle navi.

Il “no” senza strategia: il vero problema dell’Europa

L’Europa del 16 marzo 2026 ha compiuto un gesto raro: ha detto no a Washington in modo sostanzialmente unanime. Ha rifiutato di farsi trascinare in una guerra che non ha scelto, che non è stata consultata, e i cui obiettivi restano opachi persino per gli alleati più stretti degli Stati Uniti.
È un gesto che in condizioni normali meriterebbe di essere salutato come un atto di maturità strategica. Il problema è che non lo è. Un atto di maturità strategica presuppone un’alternativa: tu mi chiedi di fare X, io rifiuto perché farò Y, che è meglio. L’Europa del 16 marzo non ha una Y. Ha un rifiuto, una diagnosi — lo Stretto deve riaprire, l’energia è un problema, la Russia ci guadagna — e zero strumenti operativi per tradurre quella diagnosi in azione.
Kallas ha proposto di riciclare l’unica cosa che esiste — Aspides — e gli Stati membri hanno detto no. Nessuno ha proposto qualcos’altro. La “coalizione dei volenterosi” evocata dalla stessa Kallas resta un’espressione priva di contenuto. L’iniziativa tipo “corridoio del grano” discussa con Guterres richiede la cooperazione dell’Iran, che al momento spara droni sugli aeroporti di Dubai. Il formato E4 produce dichiarazioni, non navi. La NATO, come Kallas stessa ha chiarito, non ha competenza territoriale sullo Stretto di Hormuz.
Il risultato è che l’Europa ha respinto sia la richiesta americana sia la proposta della propria Alta rappresentante, senza avanzare nulla di proprio. È un continente che sa con certezza cosa non vuole fare ma non ha la più pallida idea di cosa voglia fare. E nel frattempo il petrolio continua a non passare, i prezzi continuano a salire, e le conseguenze economiche continuano ad accumularsi esclusivamente sulle spalle di chi non ha deciso nulla.

Fonti

Al Jazeera – European leaders reject military involvement in Strait of Hormuz, 16 marzo 2026
NPR – Trump demands NATO and China police the Strait of Hormuz, 16 marzo 2026
CNBC – ‘We will remember’: Trump warns countries to help secure Strait of Hormuz, 16 marzo 2026
Euronews – EU weighs extending naval mission Aspides to Strait of Hormuz, 15 marzo 2026
EuNews – Tajani: rafforzare Aspides nel Mar Rosso, complicato estenderla a Hormuz, 16 marzo 2026
ANSA – Kallas: lo stretto di Hormuz fuori dal raggio d’azione della NATO, 16 marzo 2026
Adnkronos – Iran, Tajani: missione Aspides resti nel Mar Rosso, diplomazia per Hormuz, 16 marzo 2026
U.S. News – EU has ‘no appetite’ to expand Mideast naval mission to Strait of Hormuz, 16 marzo 2026
NBC News – U.S. allies respond to Trump’s Strait of Hormuz demands with caution, 16 marzo 2026
NewsLooks – Germany rejects Trump call to secure Hormuz Strait, 16 marzo 2026
Il Fatto Quotidiano – Guerra in Iran, il “no” di Meloni a Trump: non manderemo navi nello Stretto di Hormuz, 16 marzo 2026
Avvenire – Le navi mercantili, lo scudo UE e la NATO: a Bruxelles si parla di Hormuz, 16 marzo 2026
Consiglio UE – Estensione del mandato dell’Operazione Aspides, 23 febbraio 2026
Navy Times – As allies resist, Trump says Hormuz request was a loyalty test, 16 marzo 2026
The Globe and Mail – European leaders rebuff Trump’s calls for military help in Strait of Hormuz, 16 marzo 2026
CNN – Analysis: Trump demands help from European allies to resolve Strait of Hormuz crisis, 16 marzo 2026
LaPresse – Iran, Salvini: l’Italia non è in guerra con nessuno, 16 marzo 2026

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