Le armi di migrazione di massa non sono una suggestione da retrobottega della rete: sono una categoria della scienza politica, studiata in cattedra a Tufts e al MIT e verificata su oltre settant’anni di storia. Chi lo affermava dieci anni fa veniva liquidato come complottista. Oggi la stessa tesi campeggia sulle prime pagine dei quotidiani generalisti, a commento della crisi di Ceuta. È il segno di un ribaltamento che merita di essere raccontato fino in fondo: perché se i flussi sono un’arma, allora hanno chi la impugna, chi la carica e chi la paga.
Da complottismo a dottrina accademica
La politologa statunitense Kelly Greenhill ha pubblicato nel 2010 la prima ricerca sistematica sul fenomeno, tradotta in italiano nel 2017 con il titolo “Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera”. Il suo censimento conta almeno 75 episodi di migrazione ingegnerizzata dal 1951 in poi: casi in cui uno Stato ha deliberatamente generato, incanalato o minacciato flussi di persone per piegare le scelte politiche di un altro Stato.
La tesi centrale è tanto semplice quanto scomoda. I bersagli preferiti di questa forma di coercizione sono le democrazie liberali, proprio perché predicano accoglienza e compassione: la distanza tra ciò che proclamano e ciò che i loro cittadini sono disposti a sopportare è la leva su cui il ricattatore fa forza. Non serve un esercito. Basta aprire una frontiera.
Per anni questa analisi è rimasta confinata nei circuiti specialistici. Nominarla nel dibattito pubblico italiano significava essere additati come teorici del complotto. Ora che la crisi di Ceuta ha reso il meccanismo visibile a occhio nudo, la categoria è diventata improvvisamente citabile. Ma il fenomeno non è nato ieri.
Il catalogo storico: chi apre e chiude i rubinetti
Il primo grande interprete mediterraneo fu Muammar Gheddafi. Nel 2004 ottenne la revoca delle sanzioni europee agitando lo spettro degli sbarchi; nel 2010, in visita a Roma, chiese apertamente miliardi all’Europa per trattenere i flussi africani. Il messaggio era esplicito: pagate, o vi mando la pressione demografica del continente.
La Turchia di Recep Tayyip Erdogan ha perfezionato il modello. Con l’intesa del 2016 ha incassato sei miliardi di euro dall’Unione per contenere i siriani, riservandosi la facoltà di riaprire i cancelli a ogni frizione diplomatica — come puntualmente avvenuto sull’Egeo nel 2020. La Bielorussia di Lukashenko ha fatto un passo oltre nel 2021, organizzando materialmente il trasporto di migranti mediorientali verso i confini di Polonia e Lituania: non più minaccia, ma logistica di Stato.
L’ultimo capitolo è quello marocchino. Come abbiamo ricostruito nella nostra analisi su cosa c’è dietro la crisi di Ceuta, Rabat ha aperto e richiuso la frontiera dell’exclave spagnola in poche ore, a comando, per punire l’avvicinamento di Sánchez ad Algeri. Un’operazione così efficace da costringere Madrid alla sospensione di Schengen. Il rubinetto esiste, e qualcuno lo governa.
Non solo Stati: chi sovvenziona le reti dell’accoglienza
Fin qui gli Stati. Ma la migrazione di massa ha anche un versante privato, fatto di reti filantropiche che finanziano — alla luce del sole, nei propri bilanci pubblici — l’infrastruttura dell’accoglienza incondizionata e la sua rappresentanza politica.
I numeri italiani li abbiamo già documentati: nel solo biennio 2017-2018 la Open Society ha erogato 8,5 milioni di dollari a ONG, associazioni pro-immigrazione e media della nostra Nazione, dentro un modello di influenza che abbiamo ricostruito nel dettaglio nella nostra inchiesta sui finanziamenti della galassia Soros alla sinistra italiana. E il caso dell’associazione Agenda ha mostrato come una rete con sede negli Stati Uniti possa selezionare persone, costruire veicoli e allocare fondi fino a orientare le scelte di una parte non marginale della politica nazionale.
Nessun documento segreto, nessuna regia occulta: tutto è pubblico, rivendicato, rendicontato. Ed è proprio questo il punto. Tra Stati che armano i flussi per ricattare e reti private che ne finanziano l’accoglienza illimitata e la difesa mediatica, la migrazione di massa smette di apparire come un fenomeno naturale, epocale, ineluttabile. Si rivela per ciò che è: un fenomeno indotto e amministrato, con interessi identificabili a monte e a valle.
Il tabù asimmetrico
Qui si innesta il paradosso del dibattito attuale. La strumentalizzazione dei migranti è diventata dicibile, ma a una condizione: che i mandanti siano quelli giusti. Se dietro Ceuta si intravedono Trump e i suoi alleati, i grandi giornali progressisti scoprono volentieri le trame geopolitiche dei flussi. Se a usare l’arma è Lukashenko, l’Unione arriva persino a codificare la fattispecie, inserendo nel Patto su migrazione e asilo le risposte alla strumentalizzazione da parte di Stati terzi.
Ma se lo stesso identico argomento viene usato per contestare l’accoglienza indiscriminata — per dire che spalancare le porte a flussi pilotati significa consegnare ai ricattatori la leva del comando — allora torna a scattare l’accusa di complottismo. La categoria è ammessa solo come arma polemica contro l’avversario, mai come chiave di lettura strutturale. È un uso a intermittenza che rivela più di quanto nasconda: il problema non è la tesi, è chi la pronuncia.
Difendere i confini è un dovere di sovranità
Se i flussi sono un’arma, la conclusione è obbligata: la difesa dei confini non è egoismo, è legittima difesa. Una Nazione che rinuncia a governare i propri ingressi consegna a potenze straniere — statuali o private — uno strumento di pressione permanente sulla propria politica interna.
L’Italia questo passaggio lo ha già attraversato, anche in tribunale: la Cassazione, chiudendo definitivamente il caso Open Arms, ha stabilito che governare l’immigrazione è una prerogativa politica, non un reato. E il vento europeo va nella stessa direzione, dall’Ungheria che rifiuta ogni meccanismo di assegnazione al dibattito continentale sui rimpatri.
La lezione di Greenhill, in fondo, è una sola: l’arma migratoria funziona soltanto contro chi si rifiuta di vederla. L’Europa delle Nazioni ha davanti un’alternativa secca. Continuare a raccontarsi i flussi come pioggia che cade, e restare ricattabile. Oppure riconoscere che i rubinetti hanno mani che li aprono e portafogli che li alimentano — e riprendersi, con i confini, la propria libertà di decidere.
Fonti
- Analisi Difesa – Armi di migrazione di massa (recensione dell’edizione italiana)
- LEG Edizioni – Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera
- Voxeurop – Una conversazione con Kelly Greenhill sulla strumentalizzazione delle migrazioni
- La Verità – Francesco Borgonovo, “Ora si può dire: l’immigrazione è un’arma” (2 agosto 2026, edizione cartacea)

