C’è una parola che oggi manca al dibattito pubblico, e la sua assenza pesa più di mille polemiche: avversario.
Chi la pensa diversamente non è più qualcuno da battere, ma qualcuno da annientare. Il rivale è diventato nemico. E il nemico, si sa, non si convince: si elimina, almeno simbolicamente.
È la cifra dell’odio politico che attraversa l’Occidente. Lo si vede oltreoceano, dove la polarizzazione politica ha ridotto ogni elezione a una guerra civile a bassa intensità. Lo si vede in Italia, ogni volta che un corteo degenera o uno striscione festeggia la disgrazia dell’altro.
E nessuna parte è innocente. L’odio è bipartisan: cambia il colore della camicia, non la grammatica del rancore.
La distinzione amico-nemico: la diagnosi di Schmitt
Per capire la posta in gioco conviene partire da un pensatore scomodo. La distinzione amico-nemico teorizzata da Carl Schmitt resta la diagnosi più lucida di che cosa sia, davvero, la politica.
Per Schmitt esiste un criterio proprio del «politico», irriducibile a quello morale o economico: la possibilità reale del conflitto. Dove c’è un amico e un nemico, lì c’è politica.
È una verità tagliente. Smaschera l’illusione di una società pacificata, dove ogni contrasto si risolve in chiacchiera o in mercato. Il conflitto, dice Schmitt, non si può abolire: si può solo negare, e chi lo nega finisce per subirlo.
Ma il concetto di politico in Schmitt porta con sé un veleno. Se è il nemico a definire la comunità, allora la comunità ha sempre bisogno di un nemico. E quel nemico, prima o poi, lo si cerca anche in casa.
Quando il nemico è interno: il falso conflitto
È qui che il conflitto si guasta. Finché il nemico è esterno, il gruppo si tiene unito. Quando diventa interno — il dissenziente, l’eretico, il «traditore» — il conflitto smette di costruire e comincia a divorare.
Il Novecento lo ha mostrato in tutte le sue tinte. Le grandi macchine totalitarie funzionavano proprio così: indicare il nemico interno, e in suo nome sospendere ogni limite.
Oggi la versione è più morbida, ma la logica è la stessa. Non si fucila più nessuno: si espelle, si cancella, si marchia. L’avversario non viene confutato, viene reso impronunciabile.
Sembra passione civile. È, in realtà, la morte della politica: un falso conflitto, che agita molto e non edifica nulla.
L’agone: una forma europea
Eppure l’Europa conosce un’altra strada, più antica di Schmitt. Si chiama agone.
L’agone greco era rivalità che generava eccellenza: gli atleti a Olimpia, i tragediografi in gara per il premio, i cittadini che si contendevano la parola nell’assemblea. Senza rivale non c’è misura, e senza misura non c’è grandezza.
La stessa forma ritorna nella disputatio medievale: tesi contro tesi, nelle università, la verità cercata attraverso un combattimento ordinato di argomenti. E ritorna nel duello cavalleresco, dove l’avversario veniva onorato proprio mentre lo si affrontava.
L’Europa non è diventata grande spegnendo il conflitto. Lo è diventata dandogli una forma. Ha trasformato lo scontro in agone, e l’agone in civiltà.
Da nemici ad avversari: il pluralismo agonistico di Mouffe
Il lettore più acuto di Schmitt è stata una pensatrice di sinistra, Chantal Mouffe. Segno che le idee migliori attraversano le linee.
Mouffe accetta la diagnosi: il conflitto è costitutivo, e il sogno di un consenso totale è un’illusione. Anzi, un’illusione pericolosa, perché nasconde i rapporti di forza reali dietro la maschera dell’armonia.
Ma aggiunge l’antidoto che a Schmitt mancava: trasformare l’antagonismo in agonismo, il nemico in avversario. L’avversario è colui di cui si combattono le idee riconoscendogli, al tempo stesso, il diritto di esistere e di difenderle.
È quello che Mouffe chiama pluralismo agonistico. Non la fine della lotta: la lotta senza odio. La stessa intuizione dell’agone greco, tradotta in linguaggio moderno.
Costruire contendendo: l’Europa delle Patrie
Tutto questo non è solo filosofia. È un modello politico.
Un’Europa delle Patrie — Nazioni sovrane che cooperano senza sciogliersi in un unico stampo — è l’agone fatto geopolitica. Nazioni che si confrontano, trattano, competono, e proprio per questo costruiscono qualcosa insieme.
Il contrario è il sogno tecnocratico di Bruxelles, che scambia il silenziamento del conflitto per unità. Impone una voce sola dall’alto, chiama armonia ciò che è livellamento, e raccoglie risentimento invece di coesione.
La vera unità non è l’assenza di differenze. È la differenza tenuta insieme senza odio.
Riscoprire l’avversario, allora, non è debolezza né buonismo. È la condizione perché il conflitto torni a costruire invece di divorare. L’Europa lo ha già fatto una volta, quando ha trasformato l’agone in civiltà. Può farlo di nuovo, a patto di ricordare che il nemico da abbattere, il più delle volte, è soltanto l’odio.
Fonti
- Carl Schmitt e la distinzione amico-nemico (voce enciclopedica)
- Chantal Mouffe e il pluralismo agonistico
- Agonism / agonismo politico: teoria e definizione

