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Civiltà Europea

Avversari, non nemici: l’agone come forma della civiltà europea

Chiara Morganti

Da Carl Schmitt a Chantal Mouffe: l'odio è il falso conflitto, l'agone la forma con cui l'Europa ha saputo contendere senza distruggere.

Riassunto dell'articolo

L'articolo analizza la trasformazione dell'avversario politico in nemico come radice dell'odio contemporaneo. Attraverso la distinzione amico-nemico di Carl Schmitt e il pluralismo agonistico di Chantal Mouffe, individua nell'agone — forma tipica della civiltà europea — la via per un conflitto che costruisce invece di distruggere, fino al modello dell'Europa delle Patrie.

C’è una parola che oggi manca al dibattito pubblico, e la sua assenza pesa più di mille polemiche: avversario.
Chi la pensa diversamente non è più qualcuno da battere, ma qualcuno da annientare. Il rivale è diventato nemico. E il nemico, si sa, non si convince: si elimina, almeno simbolicamente.
È la cifra dell’odio politico che attraversa l’Occidente. Lo si vede oltreoceano, dove la polarizzazione politica ha ridotto ogni elezione a una guerra civile a bassa intensità. Lo si vede in Italia, ogni volta che un corteo degenera o uno striscione festeggia la disgrazia dell’altro.
E nessuna parte è innocente. L’odio è bipartisan: cambia il colore della camicia, non la grammatica del rancore.

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La distinzione amico-nemico: la diagnosi di Schmitt

Per capire la posta in gioco conviene partire da un pensatore scomodo. La distinzione amico-nemico teorizzata da Carl Schmitt resta la diagnosi più lucida di che cosa sia, davvero, la politica.
Per Schmitt esiste un criterio proprio del «politico», irriducibile a quello morale o economico: la possibilità reale del conflitto. Dove c’è un amico e un nemico, lì c’è politica.
È una verità tagliente. Smaschera l’illusione di una società pacificata, dove ogni contrasto si risolve in chiacchiera o in mercato. Il conflitto, dice Schmitt, non si può abolire: si può solo negare, e chi lo nega finisce per subirlo.
Ma il concetto di politico in Schmitt porta con sé un veleno. Se è il nemico a definire la comunità, allora la comunità ha sempre bisogno di un nemico. E quel nemico, prima o poi, lo si cerca anche in casa.

Quando il nemico è interno: il falso conflitto

È qui che il conflitto si guasta. Finché il nemico è esterno, il gruppo si tiene unito. Quando diventa interno — il dissenziente, l’eretico, il «traditore» — il conflitto smette di costruire e comincia a divorare.
Il Novecento lo ha mostrato in tutte le sue tinte. Le grandi macchine totalitarie funzionavano proprio così: indicare il nemico interno, e in suo nome sospendere ogni limite.
Oggi la versione è più morbida, ma la logica è la stessa. Non si fucila più nessuno: si espelle, si cancella, si marchia. L’avversario non viene confutato, viene reso impronunciabile.
Sembra passione civile. È, in realtà, la morte della politica: un falso conflitto, che agita molto e non edifica nulla.

L’agone: una forma europea

Eppure l’Europa conosce un’altra strada, più antica di Schmitt. Si chiama agone.
L’agone greco era rivalità che generava eccellenza: gli atleti a Olimpia, i tragediografi in gara per il premio, i cittadini che si contendevano la parola nell’assemblea. Senza rivale non c’è misura, e senza misura non c’è grandezza.
La stessa forma ritorna nella disputatio medievale: tesi contro tesi, nelle università, la verità cercata attraverso un combattimento ordinato di argomenti. E ritorna nel duello cavalleresco, dove l’avversario veniva onorato proprio mentre lo si affrontava.
L’Europa non è diventata grande spegnendo il conflitto. Lo è diventata dandogli una forma. Ha trasformato lo scontro in agone, e l’agone in civiltà.

Da nemici ad avversari: il pluralismo agonistico di Mouffe

Il lettore più acuto di Schmitt è stata una pensatrice di sinistra, Chantal Mouffe. Segno che le idee migliori attraversano le linee.
Mouffe accetta la diagnosi: il conflitto è costitutivo, e il sogno di un consenso totale è un’illusione. Anzi, un’illusione pericolosa, perché nasconde i rapporti di forza reali dietro la maschera dell’armonia.
Ma aggiunge l’antidoto che a Schmitt mancava: trasformare l’antagonismo in agonismo, il nemico in avversario. L’avversario è colui di cui si combattono le idee riconoscendogli, al tempo stesso, il diritto di esistere e di difenderle.
È quello che Mouffe chiama pluralismo agonistico. Non la fine della lotta: la lotta senza odio. La stessa intuizione dell’agone greco, tradotta in linguaggio moderno.

Costruire contendendo: l’Europa delle Patrie

Tutto questo non è solo filosofia. È un modello politico.
Un’Europa delle Patrie — Nazioni sovrane che cooperano senza sciogliersi in un unico stampo — è l’agone fatto geopolitica. Nazioni che si confrontano, trattano, competono, e proprio per questo costruiscono qualcosa insieme.
Il contrario è il sogno tecnocratico di Bruxelles, che scambia il silenziamento del conflitto per unità. Impone una voce sola dall’alto, chiama armonia ciò che è livellamento, e raccoglie risentimento invece di coesione.
La vera unità non è l’assenza di differenze. È la differenza tenuta insieme senza odio.
Riscoprire l’avversario, allora, non è debolezza né buonismo. È la condizione perché il conflitto torni a costruire invece di divorare. L’Europa lo ha già fatto una volta, quando ha trasformato l’agone in civiltà. Può farlo di nuovo, a patto di ricordare che il nemico da abbattere, il più delle volte, è soltanto l’odio.

Fonti

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Chiara Morganti
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