Almerigo Grilz, chi era davvero? Per buona parte degli italiani è soltanto un nome riaffiorato grazie a un film. La sua storia, invece, è quella di una delle grandi figure d’Europa del Novecento: un giornalista triestino che scelse la libertà e il coraggio al posto della comodità, e che pagò quella scelta con la vita, a trentaquattro anni, su un campo di battaglia africano. La sua parabola — dagli anni della politica a Trieste fino al fronte — racconta dell’Europa, e del nostro tempo, più di tanti trattati.
Chi era Almerigo Grilz
Almerigo Grilz nasce a Trieste l’11 aprile 1953, quando la città fa ancora parte della Zona A del Territorio Libero. La madre è un’esule istriana di Pirano: la frontiera, con le sue ferite e la sua identità contesa, è scritta nel suo destino prima ancora che nelle sue scelte. Gli amici lo chiamano “Ruga”. Da ragazzo è già quello che resterà: un lettore vorace di storie di guerra, un disegnatore di talento, un fotografo che gira la città con la macchina al collo a registrare la vita degli altri. È in quella curiosità famelica, più che in qualunque ideologia, la radice di tutto.
Dalla politica al fronte: la scelta della vita scomoda
Da giovane Grilz fa politica con passione: dirigente del Fronte della Gioventù a Trieste, consigliere comunale, una carriera già avviata e una strada in discesa davanti. Poi compie il gesto che definisce un uomo: la abbandona. Lascia il seggio per inseguire il mestiere di inviato di guerra, scambiando la sicurezza di una rappresentanza con l’incertezza assoluta del fronte. È la scelta della vita scomoda contro la vita comoda, della verità sul campo contro la comodità della rendita. “Why not?”, ripeteva. In quelle due parole c’è un’intera idea europea dell’uomo: quella che misura la dignità sul rischio assunto, non sulla posizione conquistata.
L’Albatross e il giornalismo immersivo prima del tempo
Nel 1983, con Gian Micalessin e Fausto Biloslavo, Grilz fonda la Albatross Press Agency. Tre ragazzi triestini, spesso senza soldi e senza protezioni alle spalle, costruiscono un modello nuovo di giornalismo: piccolo, indipendente, agile, capace di muoversi da solo dove gli inviati protetti delle grandi redazioni non arrivavano. Partivano con una telecamera sulle spalle, attraversavano frontiere clandestine, vivevano per settimane accanto ai combattenti. Oggi lo chiameremmo reportage immersivo: loro lo facevano quarant’anni fa, senza satelliti e senza reti di sicurezza. Gli americani li avevano ribattezzati “crazy Italians”. I loro servizi finivano sulle grandi reti internazionali e, in Italia, su Panorama e al TG1. C’è qualcosa di letterario, e profondamente europeo, persino nel nome scelto: l’albatro di Baudelaire, l’uccello dalle ali troppo grandi, goffo sul ponte della nave e sovrano soltanto in volo. Un’immagine perfetta dell’anima troppo larga per il mondo comodo.
I fronti dimenticati: Afghanistan, Libano, Cambogia, Mozambico
Per quasi un decennio Grilz è testimone delle guerre che gli altri non volevano raccontare. L’Afghanistan invaso dall’Armata Rossa. Il Libano del 1982, l’invasione israeliana e gli scontri tra drusi e maroniti a Beirut. La guerriglia etiope contro il regime di Menghistu. La Cambogia del 1984, con i combattenti contro l’esercito filo-vietnamita. Le Filippine. Cercava sempre il conflitto dimenticato, quello che non faceva notizia perché lontano dai riflettori comodi. Documentare ciò che nessuno voleva guardare era, per lui, l’unica forma seria del mestiere.
Come morì Almerigo Grilz
Almerigo Grilz muore il 19 maggio 1987 a Caia, nella provincia mozambicana di Sofala, mentre con la cinepresa filma uno scontro tra i miliziani della RENAMO e le forze governative del FRELIMO. Lo colpisce un proiettile mentre sta riprendendo: muore come muoiono gli inviati veri, troppo vicino al fronte. Nelle ultime annotazioni del suo diario aveva scritto che alzare troppo la testa poteva essere fatale. Non sapeva che quella frase sarebbe diventata il suo epitaffio. È il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Una grande figura d’Europa
Per anni l’Italia ha preferito dimenticarlo. Troppo ingombrante quel passato, troppo difficile incastrarlo nella narrazione comoda del giornalismo nazionale: così il primo reporter italiano morto in battaglia è diventato quasi un fantasma, un nome pronunciato sottovoce. Eppure la memoria autentica trova sempre la strada del ritorno. Il suo nome è inciso nel memoriale dei giornalisti caduti a Bayeux, in Normandia; Trieste gli ha dedicato una via sul lungomare di Barcola; un premio giornalistico porta il suo nome. E proprio stasera il film Albatross di Giulio Base, dedicato alla sua vicenda, arriva in prima serata su Rai 3 — occasione utile, più che opera da giudicare. Perché ciò che resta di Almerigo Grilz non è la pellicola, ma l’archetipo: l’europeo che antepone la verità alla comodità, la conoscenza alla rendita, il coraggio alla prudenza. Chiedersi chi era Almerigo Grilz significa, in fondo, chiedersi se siamo ancora capaci di figure così. L’albatro vola alto solo quando rifiuta il ponte sicuro della nave.
Fonti
- Almerigo Grilz – Wikipedia
- Chi è Almerigo Grilz – Premio Giornalistico Almerigo Grilz
- Almerigo Grilz – Cercavano la verità (giornalistiuccisi.it)
- Albatross – Eagle Pictures
- Albatross, film audace sul giornalismo di guerra – il Giornale

