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Approfondimenti Politici

Alemanno e la croce celtica: il gesto dopo Rebibbia

Chiara Morganti

Appena uscito da Rebibbia, l'ex sindaco di Roma si è fatto ricollocare al collo il simbolo che porta dal 1983 in memoria dell'amico Paolo Di Nella. Storia di un oggetto che divide.

Riassunto dell'articolo

Il 24 giugno 2026, nel giorno dell'uscita dal carcere di Rebibbia, Gianni Alemanno si è fatto ricollocare al collo la croce celtica dal presidente di Indipendenza Massimo Arlechino, al termine di un pranzo a Roma. L'articolo ricostruisce il significato che Alemanno attribuisce al simbolo — il ricordo di Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1983 di cui era amico — e ne ripercorre la storia controversa: dalle origini precristiane all'adozione da parte di formazioni nazionaliste e neofasciste nel Novecento, fino al divieto di ostentazione previsto dalla legge Mancino. Il pezzo mantiene aperta la tensione tra la lettura memoriale e personale del simbolo e il suo carico politico, inquadrando il gesto nel ritorno di Alemanno alla vita politica dentro Futuro Nazionale di Vannacci.

Gianni Alemanno ha di nuovo al collo la sua croce celtica. Il 24 giugno 2026, lo stesso giorno in cui ha lasciato il carcere romano di Rebibbia, al termine di un pranzo in via Tiburtina il presidente del movimento Indipendenza, Massimo Arlechino, gli ha rimesso personalmente la storica catena d’oro con il simbolo. Un gesto privato e insieme politico, che riporta al centro una domanda che accompagna Alemanno da decenni: perché continua a portare quella croce, e che cosa significa davvero.

CREAZIONE SITI WEB
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Il gesto del pranzo romano

A compiere il gesto non è una figura qualsiasi. Massimo Arlechino è un pubblicitario e uno storico costruttore di simboli della destra italiana: ai primi anni Novanta risale il suo contributo alla nascita di Alleanza Nazionale, con il celebre manifesto di Gianfranco Fini in maniche di camicia, e fu sua anche la firma sullo slogan che portò Alemanno alla guida del Campidoglio.

Il pranzo segna il rientro nella vita politica dell’ex sindaco dopo circa diciotto mesi di detenzione. La sua comunità, Indipendenza, è confluita in Futuro Nazionale, la formazione guidata da Roberto Vannacci, già alla fine di marzo: il gesto della celtica, dunque, non sancisce un passaggio nuovo, ma suggella sul piano simbolico il ritorno di Alemanno dentro un percorso già avviato.

La cornice dice molto del messaggio. L’assemblea si è chiusa sulle note dei complessi storici di quel mondo, dalla Compagnia dell’Anello ai 270bis, e nelle stesse ore Alemanno ha cenato con Vannacci chiudendo con il motto «A noi!». Ringraziando i militanti, ha parlato di principi di «fedeltà e onore» tenuti saldi.

Perché Alemanno porta la croce celtica

La ragione per cui Alemanno porta la croce celtica ha un nome: Paolo Di Nella. La sera del 2 febbraio 1983, a Roma, Di Nella stava affiggendo manifesti per chiedere l’esproprio e la riqualificazione di Villa Chigi — una battaglia ambientalista di quartiere — quando fu aggredito alle spalle e colpito alla testa. Morì il 9 febbraio, dopo sette giorni di coma, il giorno prima di compiere vent’anni. L’aggressione fu rivendicata da Autonomia Operaia; per quell’omicidio nessuno è mai stato condannato.

Di Nella era un militante del Fronte della Gioventù e un amico personale di Alemanno: frequentavano lo stesso gruppo, le stesse sezioni del quartiere Trieste-Salario. Al suo funerale la bara uscì avvolta nella bandiera con la croce celtica.

Da allora Alemanno porta quel simbolo. In televisione, anni fa, lo ha definito «un simbolo religioso», riferendosi al cristianesimo nella sua fase celtica, e ha spiegato di portarlo «in ricordo di un amico scomparso», arrivando a farlo benedire al Santo Sepolcro durante un viaggio a Gerusalemme nel 2003. «La croce celtica non la toglierò mai», ha ripetuto più volte. Per lui e per il suo mondo, prima di ogni lettura politica, quel segno è questo: un lutto giovanile mai rimarginato e un patto di fedeltà con un ragazzo ucciso a vent’anni.

Che cosa significa la croce celtica

Il significato della croce celtica, però, non si esaurisce nella biografia di un uomo. Le sue origini sono precristiane: una ruota solare che nell’iconografia antica richiamava lo scorrere delle stagioni, poi assorbita nel Medioevo dal cristianesimo irlandese. La sua politicizzazione è novecentesca: a partire dagli anni Trenta il simbolo viene adottato in ambienti nazionalisti e collaborazionisti del Nord Europa, e nel secondo dopoguerra diventa un emblema identitario per formazioni nazionaliste e neofasciste in tutto il continente.

In Italia arriva negli anni Sessanta attraverso il circuito di Giovane Europa, e dai primi anni Settanta viene adottata dai ragazzi del Fronte della Gioventù fino a diventare il marchio della militanza di piazza, nonostante le resistenze iniziali dei vertici del partito di riferimento.

Da qui il nodo giuridico e pubblico. Dal 1993 la legge Mancino ne vieta l’ostentazione quando il simbolo assume il valore di richiamo a organizzazioni razziste o neofasciste, e per una parte dell’opinione pubblica la celtica resta legata alla violenza di quegli anni e a episodi successivi, come gli oltraggi alla memoria di Valerio Verbano. È una stratificazione storica che esiste e che sarebbe falso ignorare.

Un simbolo che divide

Qui sta il punto, e non si scioglie con uno slogan. Lo stesso oggetto porta due significati che convivono senza annullarsi. Per Alemanno è memoria personale e fedeltà a un amico ucciso; per i suoi critici è l’emblema di una stagione di violenza che andrebbe archiviata, non riesibita. Le due letture non sono intercambiabili e nessuna cancella l’altra: il ricordo di Di Nella è autentico, e altrettanto reale è il carico politico che quel segno si porta dietro.

Il gesto di Arlechino non è ingenuo. Un pubblicitario che di simboli vive sa benissimo cosa significhi ricollocare la celtica proprio nel giorno dell’uscita dal carcere: significa scegliere la continuità identitaria come messaggio di apertura della nuova fase. È la stessa tensione che attraversa Futuro Nazionale, dove la salvaguardia della memoria storica della destra deve convivere con l’ambizione di parlare alle fasce popolari e di pesare nelle urne.

Se quella memoria sia una radice che dà forza o un’eredità che pesa, è la domanda che il ritorno di Alemanno lascia aperta. E che nessun ciondolo, da solo, può chiudere.

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Chiara Morganti
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