Tra il fermo dell’alba e il coltello del pomeriggio sono passate meno di dodici ore. Lo sfregio alla metro Duomo di Milano non è la storia di un mostro sbucato dal nulla: è la storia di un uomo che quella stessa mattina un tribunale aveva avuto davanti, e che aveva rimesso in libertà. L’aggressore del Duomo, scarcerato dopo un arresto per furto, è tornato in strada e a metà pomeriggio ha ridotto il volto di una ragazza di ventidue anni a una cicatrice permanente.
La mattina la scarcerazione, il pomeriggio il coltello
La notte tra l’8 e il 9 luglio, intorno alle quattro, gli agenti lo fermano mentre forza le portiere delle auto in sosta tra piazza Argentina e corso Buenos Aires. Furto e danneggiamento: reati predatori, quelli che riempiono le cronache milanesi e svuotano le celle nel giro di poche ore.
In mattinata la direttissima, a Palazzo di Giustizia, a meno di un chilometro dal Duomo. Il giudice convalida l’arresto e dispone il divieto di dimora nel Comune di Milano. Tradotto: sei libero, ma da qui devi andartene.
Alle tre e mezza del pomeriggio, invece, era ancora lì. Sulla banchina della linea gialla, in una delle stazioni più affollate d’Europa, ha chiesto a una ragazza perché lo stesse guardando. Lei ha risposto di non averlo fatto. Lui l’ha colpita con un pugno, poi ha estratto una lama e le ha aperto il viso dal labbro fino al collo. Codice giallo, sala di chirurgia maxillo-facciale, una cicatrice che i medici hanno già detto essere per sempre.
Un divieto di dimora che nessuno ha fatto rispettare
Il divieto di dimora è una misura che vive solo se qualcuno la fa rispettare. Sulla carta gli imponeva di lasciare Milano; nei fatti, poche ore dopo, era a trecento metri dal tribunale che gliel’aveva notificato. Nessun controllo, nessun accompagnamento, nessun luogo dove trattenerlo.
Per un uomo senza fissa dimora e senza titolo per restare sul territorio nazionale, un foglio che dice “vattene” non è una garanzia per i cittadini: è una finzione. Lo ha riconosciuto, dall’interno del sistema, la stessa pubblica accusa: nel chiedere il carcere ha motivato la richiesta anche con il fatto che l’uomo era stato liberato poche ore prima dell’aggressione. È l’ammissione che in quella mattinata qualcosa non ha funzionato.
Irregolare e senza fissa dimora: perché era ancora qui
Qui la domanda si allarga. Un cittadino algerino, irregolare, senza documenti e senza dimora, già intercettato dalle forze dell’ordine per un reato: che cosa ci faceva ancora, libero, nel cuore di Milano?
La misura giusta per chi non ha alcun titolo a restare non è un divieto di dimora che si volatilizza in un pomeriggio. È il trattenimento e il rimpatrio. È l’allontanamento effettivo dalla Nazione, non lo spostamento simbolico da un Comune all’altro. Ogni volta che questo passaggio salta, il conto non lo paga il sistema che lo ha lasciato saltare: lo paga chi si trova sulla banchina sbagliata nel momento sbagliato.
La domanda che la politica non vuole farsi
Le reazioni sono arrivate puntuali: solidarietà alla ragazza, richiesta di espulsione immediata, l’indignazione di rito. Ma l’indignazione dura un ciclo di notizie, mentre il meccanismo che ha rimesso in strada l’aggressore del Duomo resta identico a se stesso.
Milano è da anni la prima città italiana per reati denunciati, e ogni episodio come questo riporta la stessa domanda sotto il tappeto: a che cosa serve arrestare, se poche ore dopo si è di nuovo liberi di colpire? Finché la risposta a un irregolare pericoloso sarà un foglio che gli chiede gentilmente di cambiare Comune, e non un rimpatrio effettivo, la prossima cicatrice è solo questione di tempo.
Fonti
Sky TG24 — Chi è Mohammed Saidi
Il Giorno — La ricostruzione dell’aggressione al Duomo
Il Giornale — Il racconto della vittima
Ottopagine — Scarcerazione e reazioni politiche
Open — Il fermo della notte precedente

