Il dossier AfD Nord Stream è uscito allo scoperto a San Pietroburgo. Il 4 giugno, al forum economico internazionale ospitato nella città di Vladimir Putin, Markus Frohnmaier — portavoce per la politica estera del gruppo AfD al Bundestag e vicepresidente dello stesso gruppo — ha incontrato l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, e Kirill Dmitriev, inviato del Cremlino per gli investimenti e la cooperazione economica. Oggetto del colloquio: la rimessa in funzione dei gasdotti del Baltico e la ripresa piena delle forniture di gas alla Germania. Una richiesta che, con il conflitto in Ucraina ancora aperto, pesa come una scelta di campo prima ancora che come una proposta economica.
Cosa è successo a San Pietroburgo
La delegazione tedesca non era composta da una sola voce. Accanto a Frohnmaier figuravano il presidente regionale dell’AfD in Sassonia, Jörg Urban, il deputato Steffen Kotré e l’eurodeputato Petr Bystron. Tutti hanno partecipato alla vetrina economica del Cremlino nonostante il ministero degli Esteri tedesco avesse sconsigliato in modo esplicito la missione, comunicando al partito che l’iniziativa non godeva di alcun sostegno dell’esecutivo.
Il punto delicato è il profilo degli interlocutori. Dmitriev, Miller e la stessa Gazprom sono soggetti alle sanzioni occidentali introdotte dopo l’invasione del 2022. L’incontro con l’AD di Gazprom è la novità che dà sostanza alla vicenda AfD Gazprom: non un contatto informale a margine, ma un colloquio nella sede del colosso energetico. A chiudere il quadro simbolico ci ha pensato lo stesso Dmitriev, che su X ha scritto di voler costruire «un grande FUTURO insieme all’AfD, il partito più popolare della Germania». Frohnmaier, dal canto suo, ha rivendicato la scelta del dialogo «in un momento in cui molti sembrano più a loro agio con lo scontro che con la conversazione».
Cosa chiede l’AfD
La richiesta è netta: riapertura del Nord Stream e ripresa completa delle forniture energetiche da Mosca. La cornice argomentativa con cui Frohnmaier la presenta è interamente economica. La Germania, ha sostenuto, è intrappolata in una grave spirale recessiva, e il costo dell’energia ne è uno dei motori principali. Da qui la formula: rimettere «tutte le opzioni sul tavolo», compresa la riattivazione dei gasdotti e il ripristino delle relazioni commerciali con la Russia. «Il nostro compito è mettere al centro, senza compromessi, gli interessi nazionali tedeschi», ha aggiunto.
È un argomento che intercetta un dato reale. Il modello industriale tedesco è stato costruito per decenni sull’accesso a energia a basso costo, e la fine di quel flusso ha colpito la manifattura nazionale più di qualunque altro fattore. La domanda AfD gas russo, in altre parole, non nasce dal nulla: nasce dalla deindustrializzazione che la Germania sta vivendo da quattro anni.
La reazione del governo Merz
Berlino ha preso le distanze con rapidità. Un portavoce dell’esecutivo ha ribadito che, dall’inizio della guerra, l’Unione e la Germania mantengono la linea di ridurre al minimo i contatti con i rappresentanti del governo russo. Il messaggio istituzionale è chiaro: la missione di San Pietroburgo non rappresenta la Nazione.
Eppure il fastidio del governo racconta più della distanza formale. Friedrich Merz aveva costruito la propria leadership sulla promessa di un cambio di passo dopo gli anni di Angela Merkel: rigore economico, ricostruzione della Wirtschaftsstandort Deutschland, fine dell’ambiguità in politica estera. Sul fronte energetico, però, il Cancelliere non ha una risposta che non sia la prosecuzione di una linea costosa e impopolare. È in questa zona grigia che l’AfD pianta la propria bandiera, occupando uno spazio che il centrodestra di governo ha lasciato scoperto.
Le scorte di gas e la pressione dell’inverno
C’è un dato che spiega la tempistica meglio di qualunque dichiarazione. A fine maggio gli stoccaggi di gas tedeschi si attestavano al 30,6 per cento della capacità, secondo i rilevamenti di Gas Infrastructure Europe: il livello più basso per quel periodo dell’anno da cinque anni. Non è un dettaglio marginale. È l’argomento.
Gazprom lo ha messo in evidenza nella propria nota sull’incontro, sottolineando la fragilità delle riserve europee in vista del prossimo inverno. La proposta di riapertura Nord Stream, in questa luce, non è un’astrazione ideologica ma una leva calibrata su una vulnerabilità concreta. Più si avvicina la stagione fredda con depositi semivuoti, più l’offerta russa torna a parlare alla parte di opinione pubblica tedesca che misura la politica estera sul costo della bolletta.
Il calcolo elettorale: l’Est e il voto di settembre
La missione ha una geografia precisa. A settembre si vota in Sassonia-Anhalt e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, due Länder orientali dove l’AfD è data prima forza: in Sassonia-Anhalt le rilevazioni la collocano intorno al 41 per cento. A livello federale il partito di Alice Weidel supera stabilmente il 29 per cento, davanti alla CDU. La presenza nella delegazione di Jörg Urban, dirigente proprio della Sassonia, non è casuale.
L’Est tedesco è il territorio dove il messaggio sul gas russo trova il terreno più fertile: memoria della manifattura legata alle forniture orientali, percezione di un declino industriale non compensato, diffidenza verso la cornice atlantica imposta da Berlino e da Bruxelles. Il forniture gas Russia Germania non è solo un tema di politica energetica: è un asse di mobilitazione elettorale, e l’AfD lo maneggia come tale.
Sovranità energetica europea: la domanda che resta aperta
L’episodio va letto come un sintomo, non come un fatto isolato. Il ragionamento sull’interesse nazionale tedesco ha un nucleo difficile da liquidare: l’energia cara sta erodendo la base produttiva della prima economia europea, e nessuna disciplina sanzionatoria cancella questo costo. Ma la soluzione prospettata contiene una contraddizione che merita di essere nominata.
Tornare al gas di Mosca significa sostituire una dipendenza con un’altra. Proprio il 2022 ha dimostrato che la fornitura russa, quando diventa strumento di pressione, è essa stessa un problema di sovranità: un rubinetto controllato da una potenza ostile non è indipendenza energetica, è la sua negazione differita. La crisi dello Stretto di Hormuz ha mostrato, sull’altro versante, quanto l’Europa sia esposta quando affida la propria sicurezza energetica a corridoi che non controlla.
La risposta coerente, in chiave di sovranità, non sta nella scelta fra il gasdotto di Mosca e il collasso della manifattura. Sta nello spezzare la logica della dipendenza: diversificazione delle fonti e ritorno serio all’opzione nucleare che Berlino ha chiuso per prima. È questo il terreno su cui il dossier AfD Nord Stream diventa interessante ben oltre la cronaca tedesca: misura la distanza fra una sovranità energetica invocata e una sovranità energetica costruita.
Fonti
- Internazionale (Reuters) — Esponente AfD incontra consigliere di Putin e il vertice di Gazprom
- Analisi Difesa — AfD discute con i russi di gas e Nord Stream, l’irritazione del governo Merz
- dpa — German AfD lawmaker discusses Nord Stream revival with Gazprom chief
- Eastern Herald — Gazprom CEO Meets AfD’s Frohnmaier at SPIEF as Germany Eyes Gas Crunch

