Per quarantotto ore l’informazione occidentale ha raccontato un attentato a Zelensky in Moldavia: un drone russo avrebbe “sfiorato” l’aereo presidenziale in decollo da Chisinau verso Oslo. La ricostruzione ufficiale, arrivata dalle autorità moldave e confermata dalla stessa presidenza ucraina, dice altro. Il drone si è schiantato a circa 160 chilometri dall’aeroporto, quaranta minuti prima che il velivolo di Zelensky si staccasse dalla pista. Nessun attentato, nessun rischio: un allarme di sicurezza gestito con un ritardo di un’ora.
Cosa è successo davvero a Chisinau l’8 settembre
La sequenza oraria è stata resa pubblica dal portavoce del governo moldavo Dumitru Ciorici. Nel pomeriggio dell’8 settembre, poco dopo le 16.30, la Moldavia ha chiuso il proprio spazio aereo dopo l’ingresso di un drone russo proveniente dall’Ucraina.
Il velivolo senza pilota volava a circa 9.000 metri di quota e si dirigeva verso il nord della Nazione. È precipitato ed esploso intorno alle 17.15, a circa 160 chilometri dall’aeroporto internazionale di Chisinau.
Dopo le 17.20 le autorità hanno confermato la caduta e revocato le restrizioni. L’Airbus A319 con a bordo Zelensky e la moglie è decollato alle 17.58, in ritardo rispetto alla partenza prevista per le 16.30. Tre partenze e quattro arrivi hanno subito ritardi. Questo è tutto.
Da dove nasce la versione del “quasi colpito”
L’origine dell’equivoco non è a Kiev né a Chisinau, ma a Oslo. Mercoledì sera il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre ha dichiarato all’emittente pubblica NRK che l’aereo del presidente ucraino era stato quasi colpito da un drone durante il decollo.
La frase ha fatto il giro delle redazioni europee in poche ore, spesso senza verifica. Le smentite sono arrivate da tre direzioni diverse, e su questo punto convergono perfino attori che non concordano su nulla.
Il Cremlino ha dichiarato che nessuna minaccia si era verificata nei confronti del velivolo presidenziale. Le fonti ufficiali moldave hanno confermato la distanza di 160 chilometri. E una fonte della stessa presidenza ucraina ha detto all’AFP che il rischio era stato “esagerato”: si era trattato di un allarme per la violazione dello spazio aereo, non di un attacco al volo di Zelensky.
Quando persino l’ufficio di Zelensky prende le distanze dalla narrazione dell’attentato, la questione è chiusa sul piano dei fatti. Resta aperta sul piano della comunicazione: come una dichiarazione imprecisa di un premier alleato sia diventata, per due giorni, verità acquisita.
I media italiani hanno gonfiato la notizia senza verificarla
E qui la responsabilità è tutta nostra, di casa. Il 9 settembre Il Fatto Quotidiano titolava “drone sfiora l’aereo di Zelensky in Moldavia”. Il Messaggero apriva con “Zelensky, paura al decollo: un drone minaccia l’aereo”. Nessuno dei due aveva un dato in più della frase di Støre a NRK, che non indicava né la fonte né la distanza del drone.
Bastava una telefonata al governo moldavo, o la lettura del comunicato del portavoce Ciorici, per scoprire che il drone era caduto a 160 chilometri e quaranta minuti prima del decollo. Nessuno l’ha fatta. Si è preferito il titolo che vende, e la verifica è arrivata il giorno dopo, quando l’ANSA ha battuto il ridimensionamento di Chisinau e della stessa presidenza ucraina.
Le rettifiche, quando ci sono state, hanno avuto la metà dello spazio della notizia gonfiata. Il Messaggero ha corretto con un pezzo dal titolo “la minaccia, l’allarme e poi il ridimensionamento”, una formula che salva la faccia ma non spiega ai lettori che l’allarme iniziale era infondato. Il Fatto ha lasciato in piedi il titolo del giorno prima.
Non è un incidente tecnico. È il riflesso di un sistema informativo che su Russia e Ucraina ha rinunciato da quattro anni al dubbio metodico: ogni notizia che aggrava il quadro passa senza controllo, ogni notizia che lo ridimensiona arriva in ritardo e in coda. Il risultato è che i lettori italiani hanno creduto per due giorni a un attentato mai avvenuto, e la prossima volta crederanno un po’ meno anche a quelli veri.
Non è un caso isolato: il falso allarme di Düsseldorf
Il caso moldavo si aggiunge a un altro episodio della stessa settimana. Secondo quanto riportato dalla Rheinische Post, un portavoce della polizia tedesca ha definito “falso allarme” un presunto attentato in preparazione contro il consolato ucraino di Düsseldorf.
Due allarmi in pochi giorni, entrambi rilanciati con grande evidenza, entrambi ridimensionati dalle autorità competenti a distanza di ore. Il punto non è negare che la guerra sia reale, e i raid russi sulle città ucraine di questi giorni lo confermano. Il punto è che ogni notizia gonfiata erode la credibilità di chi la diffonde e rende più difficile distinguere, la volta successiva, il pericolo vero dall’allarme mediatico.
Zelensky propone Miami, il Cremlino risponde: “Venga a Mosca”
Mentre la vicenda del drone si sgonfiava, Zelensky ha rilanciato sul piano diplomatico. In un’intervista alla Deutsche Welle si è detto pronto ad andare al G20 di Miami, in programma a dicembre, se anche Putin parteciperà. “Dobbiamo incontrarci, parlare e prendere decisioni”, ha detto, aggiungendo che ciò che si diranno conta meno del risultato.
La risposta di Mosca è arrivata da Nuova Delhi, dove si tiene il vertice dei Brics con Cina, India, Russia e Iran. Il portavoce Dmitry Peskov ha definito impossibile un incontro a Miami e ha ribadito la posizione russa: se Zelensky vuole davvero vedere Putin, può venire a Mosca, e l’invito formulato in precedenza dal presidente russo resta valido.
Peskov ha aggiunto che gli sforzi americani per la pace si sono intensificati e che la Russia spera diano frutti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov ha precisato a Izvestia che un eventuale viaggio di Putin negli Stati Uniti per il G20 non è stato nemmeno discusso: i preparativi procedono solo a livello tecnico. Una delegazione russa parteciperà comunque al vertice.
Perché Mosca tratta da posizione di forza
La sequenza di questi giorni fotografa il rapporto di forza reale tra le due capitali. Kiev propone un terreno neutro e americano; Mosca risponde che il terreno è uno solo, il proprio, e che non ha fretta.
Le stesse parole di Zelensky lo confermano. Nella medesima intervista il presidente ucraino ha chiesto tra 100 e 120 missili Patriot al mese per affrontare l’inverno, stimando la produzione russa in 140 missili balistici mensili. Il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha definito “sfacciata” la richiesta e ha avvertito che le forniture di armi allontanano la soluzione del conflitto.
Chi chiede 120 intercettori al mese non tratta da una posizione di vantaggio, qualunque cosa dica delle perdite avversarie. E chi rifiuta Miami e propone Mosca sa di poterselo permettere. Gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno visitato entrambe le capitali lo scorso fine settimana: il canale americano resta l’unico aperto, e passa per la disponibilità russa, non per quella ucraina. Su questo abbiamo ricostruito il quadro nel nostro Fondo sul negoziato tra Washington e Mosca.
Il falso attentato in Moldavia e il rifiuto del G20 sono due facce dello stesso momento. Da una parte una narrazione occidentale che ha bisogno di drammatizzare per tenere alta la mobilitazione; dall’altra una Russia che può permettersi di dire “venga lui”. Tra i due, un’Ucraina che chiede missili e propone incontri, ma non decide né il luogo né i tempi.
Fonti
- ANSA – Moldavia, l’aereo di Zelensky è decollato dopo che il drone è precipitato
- Open – L’attentato all’aereo di Zelensky in Moldavia non c’è mai stato
- La Verità – Zelensky, falso l’allarme attentato: il drone russo era a 160 km
- Il Fatto Quotidiano – Drone sfiora aereo Zelensky in Moldavia (9 settembre)
- Il Messaggero – Zelensky, l’aereo «quasi colpito». La minaccia, l’allarme e poi il ridimensionamento
- Il Post – Cosa sappiamo del drone che ha attraversato la Moldavia
- ANSA – Zelensky a Putin: “Vediamoci al G20 a Miami”. Gelo di Mosca
- Il Messaggero – Cremlino: “Non è possibile, venga a Mosca”
- La Discussione – Zelensky propone un incontro al G20, il Cremlino: “Venga a Mosca”

