L’accordo USA-Iran su Hormuz è, secondo Donald Trump, questione di ore. Secondo Teheran, non esiste. Nelle stesse quarantotto ore in cui il presidente americano evocava dallo Studio Ovale «l’ultima possibilità prima della decapitazione», fonti iraniane ribadivano che gli unici negoziati in corso sono quelli con l’Oman, e che Washington non c’entra nulla. Due narrazioni parallele sulla stessa trattativa: è questo il dato politico che i resoconti di cronaca registrano senza decifrare. Perché dietro la contraddizione si nasconde l’esito reale di sei mesi di guerra: lo Stretto di Hormuz non tornerà mai più quello di prima, e a stabilirlo non è la Marina americana ma la Repubblica Islamica.
L’ultimatum della «decapitazione»: cosa ha detto Trump
La sequenza è nota nella forma, inedita nella sostanza. Trump ha annunciato di aver annullato una nuova ondata di attacchi — «il più pesante dalla Seconda guerra mondiale», secondo la sua consueta iperbole — su richiesta di Arabia Saudita, Emirati, Qatar e, sostiene, dell’Iran stesso. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman lo avrebbe chiamato personalmente per chiedere la de-escalation.
Poi, dallo Studio Ovale, la formula destinata ai titoli: «Voglio dare loro un’ultima possibilità prima della decapitazione». I colloqui, ha spiegato, si articoleranno in due fasi: prima l’apertura dello Stretto, poi la denuclearizzazione. Su Truth Social ha rincarato, definendo i vertici iraniani «incredibilmente ipocriti» e rivendicando il controllo americano delle acque: «Nulla raggiunge l’Iran se non siamo noi a volerlo».
È lo schema dell’ultimatum permanente che questa testata documenta dal mese di marzo: ogni scadenza scaduta genera una nuova scadenza, ogni minaccia non eseguita ne produce una più grande. Con una differenza, questa volta: la minaccia arriva dopo che gli attacchi erano già stati annullati. La pistola viene mostrata dopo essere stata rimessa nella fondina.
Cosa prevede l’accordo su Hormuz
La cornice negoziale, ricostruita da Axios e da fonti regionali, prevede un’intesa provvisoria di due mesi. Le navi in uscita dal Golfo Persico seguirebbero una rotta meridionale nelle acque territoriali dell’Oman, in coordinamento con l’Iran. Nessun pedaggio per i sessanta giorni della fase transitoria. Le parti si impegnerebbero a bonificare dalle mine la rotta mediana dello Stretto entro trenta giorni, per poi passare a un regime permanente da definire — e qui sta il punto — tra Oman e Iran.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato alla CNBC che l’intesa potrebbe arrivare «oggi o domani». I mercati ci credono: il Brent è sceso sotto gli 80 dollari al barile, il WTI a 76, con cali intorno al 5% in una sola seduta. Ma la stessa cornice contiene la clausola che nessuno a Washington ama pronunciare ad alta voce.
Perché l’Iran smentisce: i negoziati sono con l’Oman
Teheran non ha smentito l’esistenza di una trattativa. Ha smentito che la trattativa sia con gli Stati Uniti. «Questi negoziati si svolgono tra due Stati costieri e non hanno alcun legame con altri, inclusi gli Stati Uniti», ha dichiarato un’alta fonte iraniana a Press TV. La stessa fonte ha accusato Trump di «ripetute interferenze» finalizzate a «costruirsi un risultato politico da presentare all’opinione pubblica interna americana».
Il portavoce degli Esteri Esmail Baghaei è stato ancora più netto: Hormuz «non tornerà mai alla situazione prebellica», e i colloqui con Muscat non riguardano l’apertura o la chiusura dello Stretto, ma una «nuova rotta marittima». Tradotto dal linguaggio diplomatico: l’Iran non sta negoziando la propria resa, sta negoziando il riconoscimento di un asset conquistato con la guerra.
Il corridoio nelle acque iraniane: chi controlla lo Stretto
Il dettaglio decisivo lo ha rivelato il Wall Street Journal: la proposta sul tavolo prevede che tutte le navi mercantili in entrata nel Golfo Persico attraversino le acque territoriali della Repubblica Islamica. Fonti iraniane hanno confermato a Reuters lo schema: controllo diretto sulle navi in entrata, visibilità su quelle in uscita tramite notifica dell’Oman, con facoltà di intervento «se necessario».
È la stessa logica che avevamo analizzato quando Trump trasformò Hormuz in un casello annunciando il pedaggio del 20%: la libertà di navigazione non è più un principio, è una concessione. Cambia solo l’esattore. E se la formula del corridoio sovrano diventerà il regime permanente dello Stretto, la Repubblica Islamica avrà ottenuto esattamente ciò che — come scrivevamo ad aprile — cercava fin dall’inizio: uscire dal conflitto con una rendita strutturale che nessuna sanzione futura potrà cancellare.
Petrolio, munizioni, consenso: i numeri della pressione
La retorica della «decapitazione» copre una realtà operativa più fragile. Reuters e il Center for Strategic and International Studies riferiscono che gli Stati Uniti hanno consumato gran parte delle munizioni di precisione. Trump ha replicato che l’America ha «più armamenti di quanti ce ne servono», ma è un fatto che l’opzione dell’operazione di terra valutata a luglio non sia più tornata sul tavolo.
Il Centcom, dal canto suo, esibisce i numeri del blocco navale: al 3 agosto, 44 navi commerciali dirottate, due disabilitate, due abbordate. Ma il dato interno pesa di più: i sondaggi registrano una crescente insofferenza dello stesso elettorato trumpiano verso un conflitto percepito come costoso, con il caro carburanti attribuito direttamente alla crisi mediorientale. La guerra che doveva durare giorni consuma il capitale politico del presidente da sei mesi. L’ultimatum permanente non è forza: è la sua simulazione.
Cosa cambia per l’Italia e per l’Europa
In tutto questo, l’Europa non esiste. Non siede ai tavoli di Muscat, non compare tra i mediatori del Golfo, non ha voce sul regime futuro dello Stretto da cui dipende il proprio approvvigionamento energetico. L’irritazione di alcuni funzionari americani verso Tel Aviv — già informata dei contenuti dell’intesa — certifica che perfino Israele conta più di Bruxelles nella partita.
Per la Nazione italiana il conto è duplice. Nell’immediato, il calo del greggio è un sollievo per bollette e carburanti. Ma nel medio periodo, se il transito verso il Golfo passerà strutturalmente per le acque iraniane, ogni futura crisi regionale avrà un interruttore in mano a Teheran — e il gas del Qatar, come abbiamo documentato, non tornerà per anni. L’accordo USA-Iran su Hormuz, se arriverà, chiuderà la guerra. Non chiuderà la vulnerabilità di chi ha costruito la propria sicurezza energetica su rotte che altri controllano. Questa, per l’Italia, resta la lezione strutturale del conflitto: senza una politica energetica sovrana, ogni tregua altrui è soltanto una proroga della propria dipendenza.
Fonti
- Adnkronos — Usa-Iran verso accordo per riaprire Hormuz: cosa prevede (5 agosto 2026)
- AGI — Usa: “Accordo su Hormuz entro oggi”. Iran: “Negoziati con l’Oman” (4 agosto 2026)
- ANSA — Trump annuncia la ripresa dei negoziati con l’Iran (3 agosto 2026)
- Sky TG24 — Iran-USA, le notizie del 4 agosto sull’accordo e la riapertura di Hormuz (4 agosto 2026)
- Il Tempo/Askanews — Trump: ultima chance per un buon accordo, prima della decapitazione (4 agosto 2026)
- Il Sole 24 Ore — Trump and Iran: will there be a deal on Hormuz? (4 agosto 2026)

