L’accordo tra USA e Iran è stato annunciato, ma non ancora firmato. È questa la fotografia esatta della giornata: Donald Trump, dallo Studio Ovale, ha dichiarato di aver cancellato i nuovi attacchi contro Teheran e di aver chiuso «un grande accordo» per porre fine alla guerra cominciata il 28 febbraio con l’operazione Epic Fury. Per capire cosa prevede l’accordo tra USA e Iran e quando arriverà la firma bisogna però leggere le parole del presidente fino in fondo: l’intesa resta «soggetta alla finalizzazione dei documenti». Una formula che, dopo mesi di annunci smentiti nel giro di una notte, impone il condizionale.
Cosa prevede l’accordo tra USA e Iran
L’architettura dell’intesa ricalca il memorandum negoziato nelle ultime settimane sotto mediazione regionale: cessazione delle ostilità su tutti i fronti, riapertura graduale dello Stretto di Hormuz con rimozione delle mine e libertà di navigazione, revoca progressiva delle sanzioni americane e sblocco degli asset iraniani congelati.
Sul nucleare, Trump è stato netto: l’accordo «proibisce completamente» a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. Resta da capire quale sarà il destino delle scorte di uranio altamente arricchito, il nodo che ha fatto deragliare più di un round negoziale e che secondo le ricostruzioni della stampa americana Washington vorrebbe trasferire fuori dal territorio iraniano.
Quando si firma l’accordo e chi sarà al tavolo
La firma dell’accordo potrebbe arrivare già in questo fine settimana, in Europa. Trump non ci sarà: al suo posto siederà il vicepresidente J.D. Vance, che con Steve Witkoff e Jared Kushner ha condotto la trattativa per Washington, di fronte alla delegazione iraniana guidata da Ghalibaf.
La scelta del Vecchio Continente come sede della cerimonia è una concessione di forma più che di sostanza: l’Europa, assente dal tavolo negoziale per tutta la durata della crisi, ospiterà la firma di un accordo costruito interamente da altri. Per le cancellerie continentali — e per l’Italia, che ha pagato il prezzo energetico più alto del conflitto — il dossier della sovranità energetica resta aperto esattamente com’era.
Perché la guerra non è ancora davvero finita
Il condizionale non è prudenza di maniera. Appena quarantotto ore prima dell’annuncio, lo scenario era opposto: Trump minacciava di colpire l’Iran «duramente, ancora più duramente», dopo l’abbattimento di un elicottero Apache americano sullo Stretto di Hormuz. I Pasdaran rivendicavano intanto un attacco missilistico contro la base americana di Al-Azraq, in Giordania, parlando di quattro obiettivi distrutti tra cui caccia F-35 e un centro di comando.
È la sequenza che accompagna l’intero negoziato da maggio: annuncio, smentita, escalation, nuovo annuncio. Il 23 maggio l’intesa era «ampiamente negoziata»; pochi giorni dopo Teheran negava l’esistenza di un accordo definitivo mentre attorno all’isola di Qeshm scattava la difesa aerea. La guerra Iran sarà finita quando entrambe le firme saranno sul documento, ed entrambe le parti smetteranno di sparare. Non un minuto prima.
I nodi irrisolti: sanzioni, risarcimenti, Israele
Tre dossier restano sensibili anche a firma avvenuta. Il primo è la sequenza della revoca delle sanzioni, che Teheran vuole rapida e Washington graduale e condizionata. Il secondo è la richiesta iraniana di un meccanismo di compensazione per i danni di guerra, ridimensionata dai mediatori a strumento finanziario facilitato dagli Stati Uniti. Il terzo è Israele: Netanyahu, escluso dal tavolo e ridotto secondo la stampa americana a «mero passeggero» del negoziato, ha già espresso riserve su parti dell’intesa. Un accordo firmato senza Gerusalemme è un accordo che Gerusalemme può logorare.
Una resistenza che viene da lontano
C’è infine un dato che la cronaca rischia di oscurare e che la storia illumina. L’Iran arriva a questa firma dopo aver perso la propria Guida Suprema sotto le bombe di febbraio, dopo un blocco navale che gli è costato miliardi di entrate petrolifere, dopo mesi di raid sul proprio territorio. Eppure non si presenta al tavolo da Nazione capitolata: tratta, ottiene la revoca delle sanzioni, lo sblocco degli asset, la fine del blocco. Negozia da Stato sovrano.
Chi conosce la storia dell’altopiano iranico non se ne stupisce. Roma, l’impero che piegò Cartagine e la Gallia, si consumò per sette secoli contro il muro persiano senza mai abbatterlo: Crasso perse legioni e vita a Carre, Valeriano finì prigioniero di Sapore I — unico imperatore romano catturato vivo da un nemico — e Giuliano morì in una campagna contro i Sasanidi finita in rovina. La Persia si può colpire, isolare, impoverire. Piegarla del tutto è un’impresa che ha logorato imperi ben più pazienti di quello americano. È la chiave di lettura con cui guardare anche al dopoguerra: la firma di questo fine settimana, se arriverà, non chiuderà il confronto tra Washington e Teheran. Lo trasferirà su un altro terreno, dove il tempo — l’arma che i persiani maneggiano da duemila anni — torna a contare più della forza.
Fonti
Today — Trump annuncia il «grande accordo» con l’Iran, firma in Europa
Today — Trump: «Eravamo vicini a un accordo, ma mi prendono in giro»
Sky TG24 — Accordo Iran-USA, cosa prevede la bozza
Open — Perché Trump non ha ancora firmato l’accordo con l’Iran
Il Politico Web — Accordo Iran-USA: Trump annuncia l’intesa, Hormuz riaprirà
Il Politico Web — Memorandum 14 punti USA-Iran: cosa prevede l’accordo
Il Politico Web — Hormuz, la revoca di Trump dura una notte
Il Politico Web — L’accordo di Trump e lo scontro con Netanyahu

