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Approfondimenti Politici

Ottant’anni di che cosa? Il bilancio che nessuno fa il 2 giugno

Chiara Morganti

Tra parate e applausi, l'ottantesimo anniversario viene celebrato come ottant'anni di civiltà. Ma a libro aperto il conto non torna: una sovranità mai posseduta, la famiglia sciolta per legge, milioni di cittadini mai nati. Un bilancio fuori dal coro.

Riassunto dell'articolo

Nell'ottantesimo anniversario della Repubblica (2 giugno 2026), l'articolo propone un bilancio critico e fuori dal coro rispetto alla retorica celebrativa. Individua quattro nodi irrisolti degli 80 anni repubblicani: una sovranità nazionale mai pienamente esercitata per via dell'allineamento strategico ereditato dal dopoguerra; la dissoluzione della famiglia avviata con la legge sul divorzio del 1970; l'impatto della legge 194 del 1978 sull'aborto, letto in relazione all'attuale inverno demografico; e la formazione di una classe dirigente di sistema, orientata all'esecuzione più che alla decisione autonoma. La tesi è che la parola «civiltà» vada verificata ai fatti, non assunta come dato celebrativo.

Mentre le Frecce Tricolori tingono il cielo di Roma e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al Milite Ignoto, l’ottantesimo anniversario della Repubblica viene raccontato con una parola sola: civiltà. La festa della Repubblica del 2 giugno arriva avvolta in un claim ufficiale che parla di «ottant’anni di democrazia, libertà, diritti, crescita civile». Una liturgia perfetta, levigata, indiscutibile. Eppure, tra un applauso e l’altro, resta sospesa una domanda che nessuno osa pronunciare: ottant’anni di che cosa, esattamente?
Non è un esercizio di nostalgia, né un atto d’accusa rancoroso. È un bilancio. E un bilancio, per essere onesto, si fa a libro aperto, registrando ciò che si è guadagnato accanto a ciò che si è perduto. Su almeno quattro voci, il conto degli 80 anni della Repubblica non torna.

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Una sovranità mai posseduta davvero

La Repubblica nasce nel 1946 dentro una cornice decisa altrove. Il perimetro strategico della nostra collocazione era già stato tracciato sui tavoli della spartizione post-bellica, quando le grandi potenze ridisegnarono il continente senza che la nostra Nazione avesse voce in capitolo. Da allora la formula non è mai cambiata: alleanze ereditate, basi straniere sul suolo nazionale, margini di manovra concessi e mai conquistati.
Chiamarla, con il linguaggio dei manuali, «sovranità limitata» è quasi un eufemismo. Per ottant’anni la Nazione non ha mai deciso davvero, da sola, dove collocarsi. Lo si è visto anche sul terreno più concreto, quello dell’energia: una Nazione che dipende per il proprio fabbisogno da rotte e da equilibri controllati da altri non è padrona del proprio destino, come la crisi attorno allo Stretto di Hormuz ha ricordato a chiunque volesse vederlo. La sovranità nazionale non è una posa retorica: è la capacità di scegliere. E quella capacità, dal dopoguerra, l’abbiamo esercitata col contagocce.

Il divorzio e la dissoluzione del primo nucleo

Il secondo capitolo del bilancio riguarda la cellula su cui ogni comunità si regge. La famiglia è stata, per secoli, la pietra angolare della Nazione: il luogo dove si trasmettono la lingua, la fede, la memoria, il senso del dovere verso chi verrà dopo. Nel 1970 la legge sul divorzio, confermata dal referendum del 1974, ne ha sciolto per via legislativa il vincolo. Pochi anni dopo, la riforma del diritto di famiglia ne ha ridisegnato l’impianto.
Quelle stesse riforme furono salutate, allora come oggi, con la parola «civiltà». È qui il cortocircuito. Si è chiamato progresso civile l’indebolimento dell’unico nucleo che reggeva la trasmissione tra le generazioni. E quando un popolo smette di considerare la famiglia un bene da custodire e la riduce a contratto revocabile, non sta liberandosi di un peso: sta segando il ramo su cui è seduto. Le conseguenze, come vedremo, non si sono fatte attendere.

L’aborto e il pianto ipocrita sull’inverno demografico

Nel 1978 la legge 194 ha introdotto in Italia l’aborto legale. Nel 1982 si toccò il picco di 234.801 interruzioni in un solo anno; il flusso è poi calato, fino alle 65.746 del 2023. Ma sommando i decenni, il numero complessivo dei cittadini mai venuti al mondo si conta in milioni. Milioni di italiani che non ci sono, che non lavorano, che non pagano contributi, che non fanno a loro volta figli.
Ed è qui che la classe dirigente raggiunge il vertice dell’ipocrisia. Le stesse istituzioni che hanno celebrato come conquista quella legge oggi organizzano gli Stati generali della natalità e si stracciano le vesti sull’inverno demografico in Italia. Si piange il vuoto delle culle dopo aver eretto a diritto di civiltà ciò che quel vuoto ha contribuito a scavare. La denatalità, come abbiamo già raccontato, ha radici culturali profonde e non si spiega solo con i salari; ma chiamare emergenza ciò che per decenni è stato salutato come traguardo è un cortocircuito morale che andrebbe almeno riconosciuto.

Una classe dirigente che esegue

Il quarto capitolo lega gli altri tre. In ottant’anni si è formata una classe dirigente che, qualunque sia il programma su cui viene eletta, finisce per allinearsi ai vincoli decisi fuori dai confini nazionali. È un meccanismo di sistema, non la colpa di questo o quel nome: l’architettura uscita dal 1946 è stata costruita perché la Nazione contasse poco e obbedisse molto.
Per questo i rari tentativi di rivendicare l’interesse nazionale, di trattare l’Italia come una Nazione e non come una provincia amministrata, vanno controcorrente rispetto a un’inerzia ottantennale. Difendere oggi la sovranità nazionale significa remare contro la corrente di un sistema che, per costruzione, premia chi china il capo e isola chi prova a rialzarlo.

Ottant’anni di che cosa?

Torniamo allora alla domanda di partenza. Gli 80 anni della Repubblica sono stati ottant’anni di civiltà? La civiltà non è un decreto da firmare il 2 giugno: è una pretesa da verificare ai fatti. E i fatti dicono di una sovranità ceduta, di una famiglia dissolta per legge, di generazioni mai nate, di una guida politica educata a eseguire.
Questo non è un addio alla nostra storia, ma un richiamo. L’Europa come civiltà — quella delle Nazioni che cooperano custodendo ciascuna la propria identità — è esattamente l’opposto della gabbia sovranazionale e dell’inerzia che ha svuotato questi decenni. Festeggiare ha senso solo se si ha il coraggio di fare i conti. Altrimenti la festa della Repubblica resta una parata: bellissima, e muta sulle domande che contano.

Fonti

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